Tre immagini dell'amore

Tre immagini dell'amore

I
Ho ricevuto una lettera. Una lettera vera, di carta, scritta con l’inchiostro blu, e con tutta la sua busta con l’indirizzo sopra e i francobolli. E allora ho pensato a quando non esistevano gli sms, o internet, a quando le comunicazioni erano lente, quando il telefono non c’era, e nemmeno il telegrafo. E ho pensato ai piccioni viaggiatori, come quando ero piccola e mi affascinava l’idea di questi uccelli con una pergamenta legata alla zampina che volavano alto, trasportando -ma forse meglio custodendo- messaggi e pensieri. E mi domandavo, da piccina, come facessero i piccioni a conoscere gli indirizzi a cui recapitare quei minuscoli rotoli sigillati in nastri rossi e ceralacca. Poi mi hanno spiegato che il piccione viaggiatore in realtà viaggia sempre e solo in un’unica direzione: venendo allevato in un luogo, una volta portato lontano tende a tornare nel luogo da cui è partito. Quindi i messaggi e i piccioni potevano volare solo in un posto, solo verso casa. E così è anche il mio cuore, annodato di nastri e di pensieri non detti e di emozioni antiche. Torna sempre verso casa, verso te, preziosa amica mia, al luogo a cui appartiene interamente dall’inizio delle nostre piccole vite.

II
Forse era un giorno di sole, o forse era solo una mattina di Milano del 1983. Ti sei avvicinata con tutti i tuoi occhi verdi e mi hai chiesto “E’ vero che sai leggere? Mi leggi questo? Io mi chiamo Paola”. E insieme a un “Topolino” strapazzato mi hai porto con la mano la tua prima bugia. Non eri Paola, eri Paoletta, la mia Paoletta che sarà per sempre mia.

III
Una sera, al Roialto. Io avanti in motorino, vi facevo strada perché sulla due posti del tuo ragazzo non ci stavamo. I tuffi in piscina, per quanti anni? Quanti? E quando mi hai riportato Chiara, ad un mio concerto – Chiara di sei anni con la coda di cavallo, e me l’hai riportata Dottoressa. E quell’autunno crudele, terminato in un Gennaio freddo, col tuo maglioncino bianco-bianco, eri sorridente anche mentre piangevi. Quando ci nascondevamo e ridevamo: “prendete il caffè!”, per strappare alle nostre mamme quei dieci minuti preziosi per stare ancora insieme. E al mare, le estati da te, e ti ricordi bene che non giocavo a palla in spiaggia, e tu eri sempre così solare e abbronzata, e ora che ci penso, il primo cubalibre l’abbiamo bevuto insieme – colpa di tuo cugino. Il tuo orsone, bellissimo Orsone. Londra con gli attentati, l’angoscia di saperti là. I letti vicini, il bagnetto insieme. Mi avevi mostrato emozionata il tuo diamante, avrei suonato per te quel giorno. E non avrei mai pensato di poter essere così insulsa, così distratta, così crudele da rischiare di perderti. No.

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