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Una bella giornata

Una bella giornata
Oggi mi sono svegliata tardi, perchè non avevo puntato la sveglia.
Oggi ho messo la mia camicetta nuova, e ho pensato che mi sta davvero bene.
Oggi mi sono sentita tanto brava, al lavoro, il che è quasi un paradosso.
Oggi mi sono setita tanto stupida, quando i ricordi mi sono piombati addosso tutti insieme e non riuscivo a parlare.
Oggi mi sono sentita tanto stupida, quando salutandolo mi sono resa conto di non averlo quasi guardato negli occhi, quasi mai, quasi no.
Oggi mi sono sentita tanto stupida, quando pensavo alle foto della sua gatta, alla notte che aveva passato in macchina con lei, e per avergli chiesto se l’ ho trattato male, e quando mi ha indirettamente dato della zucca dura e del vulcano.
Oggi mi sono sentita tanto bene a dire ottanta volte a S. "Non ti stressare, è tutto sotto controllo", a chiedere al capo sulla porta "Domani mi chiami, è importante", a ridere pensando ad una persona che carica un computer su un aereo come bagaglio a mano.
Oggi ho fumato poche sigarette.
Oggi mi sono sentita tanto sollevata per Eva.
Oggi ho accarezzato la testa a tre sorelline, e mi sono meravigliata di quanto di me sto dando a loro e che sarà con loro per sempre.
Oggi mi sono sentita come una principessa, ho mangiato sushi e bevuto negroni e poi ho avuto anche un pancake con il mascarpone, la panna montata e il cioccolato.
Oggi ho ricevuto due regali, più un mazzo di fiori dal mio amore in trasferta.
Oggi ti ho parlato al telefono e ti ho detto che voglio che torni.
Oggi come tante volte sono tornata a casa di notte da sola senza avere paura.
Oggi è stata una bella giornata e non ho voglia di andare a dormire. Ma devo, altrimenti domani non arriverà, e domani è il mio compleanno.

Il silenzio

Il silenzio
Era entrato nella grande Biblioteca con l’abito di lino non tinto e una piuma di corvo tra le mani, trovata sul sentiero. Per un anno ed un giorno non parlò, fedele al giuramento prestato, ascoltando soltanto e ricordando. Di tutte quelle parole che avrebbe voluto dire piano piano non restava che un pallido silenzio nella sua immaginazione, mese dopo mese, sempre più labile. E quando venne il secondo giorno dopo lo scadere del primo anno gli chiesero cosa avesse dunque imparato, superata la prima prova. Un lungo sospiro simile ad un soffio lasciò le sue labbra, inarticolato. Estrasse da una piega dell’abito la piuma di corvo, ponendola tra le mani del maestro prima di incamminarsi verso il fondo della sala. Il maestro guardò la piuma compiaciuto, con lo stesso sorriso che gli è poi restato sulle labbra quando dal fondo della sala l’allievo lanciò il pugnale che gli si conficcò tra le scapole.
Nella grande Biblioteca a tutt’oggi c’è ancora silenzio.

Questo post è per La Flauta

Questo post è per La Flauta
Visto che mi chiama per nome, ed io rispondo.
Visto che solo lei mi può capire se dico che oramai odio nel profondo la Garota de Ipanema.
Visto che in questo modo rassicuro una pletora di persone sul fatto che io sia ancora viva: che vi basti, non serve adesso chiamarmi o mandarmi messaggi.

Perchè a quanto pare ogni volta che scrivo, c’è una pletora di persone si sentono chiamate in causa. E non è il caso se si pensa che sono per lo più persone che hanno deciso di migliorare la propria vita estromettendo la mia presenza, e che più o meno faticosamente ho cercato di assecondare la loro saggia scelta.

Quindi, questo post è per La Flauta, che mi chiama per nome e non ha altro da leggerci se non ciò he scrivo.

A te che avevi un gatto
indifferente il giorno
che son venuto a dirti
 "domani non ritorno"
A te che immaginavi
ad ogni mia parola
la vita di mia moglie
che forse è sola

Ma un gatto non è mai indifferente, solo lo sembra. Ed anche una moglie, dici bene, che forse è sola…

A te che gli anni e gli occhi
si mentono ogni sera
anche se negli specchi
la vita è dura.

E’ due anni che mi sono fissata di dover scendere a patti con il fatto di avere trentanni, che oggi quando ho realizzato di averne ancora solo ventotto mi è venuto da ridere forte.

A te che mi hai ascoltato
cercando di capire
uno che parla al buio
e non sa cosa dire,

A te che mi hai truccato
il mazzo delle carte
perchè vincessi ancora
da qualche parte.

Grazie comunque, per avermi insegnato le regole, per avermi lasciato vincere, per aver barato al posto mio salvandomi la coscienza. Ora però non gioco più.

A te con i tuoi "forse"
e la tua Valentina
che in fondo è solo il nome
di una bambina

Chiamatemi per nome, se volete che riponda. Infondo, è solo il nome di una bambina. Che non ha mai avuto voglia di travestirsi da altro. Qui di fianco, nella colonna a sinistra, il lungo elenco di appellaivi a cui rispondo.

A te che non c’è un solo uomo
a cui non hai creduto,
amando il suo dolore anche
se si era addormentato,

Ecco, questa è la strofa che preferisco. Perchè io tutti narcolettici li trovo eh…

A te che nascondevi
ridendo la paura
che fosse solamente
un’avventura;

Questa invece è proprio adeguata alla non-relzione con il Sommo Narcolettico (ciao Ale!): ho ancora di traverso il dragonroll ingollato nell’angolo feng-shui dell’amore. Pardon, dell’ amicizia plus. E no, il fatto che ti abbia chiamato per nome non significa che tu sia riabilitato.

A te che mi dicevi
Sai che ho scopato ieri?
per non farmi capire
che ero nei tuoi pensieri

Purtroppo, ho la pessima abitudine di dare alle parole il loro significato.
Flauta, capita anche a te? Quando uno ti dice una cosa, o meglio, te la manda a dire, e tu ti fermi al registrare il mero dato, magari rallegrandotene pure, senza approfondire, scombinandogli così le sue aspettative di reazione a catena che avrebbe dovuto ricatapultarti tra le sue braccia?

A te che mi hai contato
i passi sulle scale
e viene sempre il giorno
che non si sale:

A te nemmeno un sogno
nemmeno un’emozione
A te non ho lasciato
che una brutta canzone

La Garota de Ipanema, appunto.

Cose che non cambiano mai

Cose che non cambiano mai
Se fossi un’attrice forse potrei inventarmi qualcosa per cambiare. La camminata. L’atteggiamento. L’accento. Non so. Abbastanza fantasiosa da immaginarmi in un’ altra scenografia. In un’ altra sceneggiatura. Prendere un oggetto e renderlo parte delle mie abitudini, come un prolungmento che mi identifichi e caratterizzi. La sigaretta, un bicchiere di Martini. O abbastanza disinibita da mostrarmi nuda o quasi in pose a mezze luci. Tanto è solo un guscio, la polpa resta dentro ben nascosta.
Ma non sono un’attrice.
E quindi mi rassegno, e certe cose so che non le potrò mai cambiare. La camminata (sempre sulle punte da quando ho imparato). L’atteggiamento (indisponente?). L’accento (troppo milanese, daaai). La sigaretta nella mano che si allunga a prendere un bicchiere di Martini.
Potessi cambiare pelle con la facilità con cui cambio casa. Imparare a non spendermi. Fingere che non faccia male, ogni cosa che tocco mi fa male.

Istantanea I

Gambe lunghe e abbronzate, una borsa colorata a tracolla mentre leggo la carta appesa al vetro di un ristorante straniero. Sorrido. Ho una grossa puntura di zanzara vicino al gomito e i capelli stretti un una coda di cavallo.

Istantanea II

Le mani cercano l’apertura nascosta della porta-armadio. Frenetica, il cappotto infilato solo in un braccio, mentre l’altra mano aiuta a infilare i tacchi. Non sorrido. Ho un livido piccolo e tondo sull’anca, esattamente dove l’osso tira la pelle.

Interrogativi essenziali

Interrogativi essenziali
Già il fatto di rimanere imbottigliate nel traffico creato dal corteo-simil-gay-pride poteva essere interpretato come un presagio funesto. Ma noi indefesse abbiamo abbandonato l’auto in vista castello e ci siamo catapultate in metropolitana e abbiamo raggiunto il cinematografo quasi in tempo e ci siamo sedute tronfie e soddisfatte nonchè ansanti nei nostri morbidi séggioli, garrule e gaie come rondinine pronte a gustarci la proiezione di "Sex and the city".
Poi, la riflessione.
Che in teoria una vorrebbe andare a vedersi un film per definizione disimpegnato e di conseguenza spengnere il neuroncino o almeno posizionarlo in stand-by per quelle due o tre orette e invece nulla: la riflessione giunge subdola e infame. Riflesione che si articola in questo semplice interrogativo:
perchè tutti i protagonisti uomini del film assomigliano in modo imbarazzante agli uomini della mia vita mentre io non assomiglio minimamente a nessuna delle protagoniste?
La risposta non la si è trovata, nemmeno nel tagliere di fritture miste del napulè a cui ci siamo rifocillate dopo l’esperienza culturale. Per fortuna, l’interrogativo incalzante è stato subitamente scalzato dal più calzante domandarsi: da quando le fritturine si portano sul tagliere? Il tagliere non è affare di affettati e formaggi? Tutta colpa della cucina fusion. Prima l’avocado nel sushi, e poi vedi come si va a finire. Le fritturine sul tagliere. Signora mia, ah, signora mia.

Dov'è sua graziosissima maestà di Danimarca?

Dov'è sua graziosissima maestà di Danimarca?
There’s rosemary, that’s for remembrance; pray, love, remember; and there is pansies, that’s for thoughts.

Qualcosa mi dice che mi perderò l’evento della stagione. Ho già pronto un biglietto aereo, per rincorrere la mia vita.

There’s fennel for you, and columbines; there’s rue for you, and here’s some for me; we may call it herb of grace o’ Sundays.

Delle mille parole che avrei voluto dire mi resta solo un sapore acerbo e un po’ selvatico, come quello che resta sulle labbra dopo aver fatto suonare un filo d’erba. Quante bugie, quanti bei sorrisi. A volte sui fili d’erba capita che ci abbia pisciato un cane.

O, you must wear your rue with a difference.

Son nata paperina, che cosa ci vuoi far

Son nata paperina, che cosa ci vuoi far
I hear the drizzle of the rain
Like a memory it falls
Soft and warm continuing
Tapping on my roof and walls

Ogni mattina mi svegliavo con la paura di non trovarli. Ed ogni mattina la paura si trasfomava in delusione, quando constatavo, la fronte appoggiata al vetro del finestrino, che infatti non c’erano. Mi dicevo che forse era ancora troppo presto. Ma ricordavo che il periodo era proprio questo. Ho pensato che fosse colpa della pioggia, ma anche lo scorso anno pioveva spesso. Aspetterò un’altra settimana, aspetterò altri tre giorni, aspetterò domani.

And from the shelter of my mind
Through the window of my eyes
I gaze beyond the rain-drenched streets
To England where my heart lies

Giorno dopo giorno erano sempre meno le ore che avrei potuto apettare: la rassegnazione mi guardava acquolinando, fauci spalancate. Quasi non volevo più sbirciare, per dargli l’alibi di non farsi ancora vedere, traditori. Ed è infatti solo con la coda dell’occhio che quella mattina li ho visti, oltre il vetro appannato dell’autobus. Improvvisi. Lo stupore e la gioia pari quasi a quelli dell’anno scorso. Perchè allora non me li aspettavo, mentre oggi, beh, oggi non me li aspettavo più. In una notte, improvvisi, migliaia e migliaia di papaveri rossi sono spuntati nel campo. E lunghe file di fiordalisi, ora lo so, arriveranno nei prossimi giorni a bilanciare di blu il contrasto tra il verde del grano acerbo e il rosso violento e sfacciato dei miei papaveri improvvisi.

My mind’s distracted and defused
My thoughts are many miles away
They lie with you when you’re asleep
And kiss you when you start your day

E non so se farai in tempo a vederli. Ma sono i miei, violenti ed improvvisi, e non li regalo a nessuno. E non li faccio vedere a nessuno. Ma so che se farai in tempo sarai tu a dirmi di guardare, stupito e sorridente, e mi abbraccerai con tenerezza mentre mi dirai che avresti voluto essere stato tu a dipingere quei colori per me.