Obliquo-Oblivion

Obliquo-Oblivion

Allontanarsi un po’, per potersi poi di nuovo avvicinare.
Le tue gambe che si incastrano tra le mie, la testa si volta dall’altro lato.
Sguardi fissi, immobili. Non vediamo, non guardiamo, non ci interessa nulla che sia al di fuori dei nostri occhi.
Mi aggrappo a te con tutto l’amore e tutta la disperazione di sapere che sei e non sei l’uomo della mia vita. Ma ora è la mia vita ad essere tua. Toglimi i dubbi.
La tua mano sulla schiena, la pressione di ogni dito come un codice indecifrato.
Sembra quasi che stiamo camminando. Ma tu guardi avanti, io indietro. Non camminiamo insieme, infatti. False metafore della vita a due.
Tu vai, io sono appesa a te, ti seguo
Mi sospingi, suggerisci, sempre in silenzio e io in silenzio obbedisco.
Con tutta la sorpresa del primo incontro e tutta la disperazione dell’abbandono.
Con tutto l’amore che negli anni siamo riusciti a chiudere in una musica che mi strazia.
Sei e non sei tu? E io? Ogni incontro è solo un abbraccio di corpi, e poi quello che resta è una cicatrice, o al peggio una piega sul vestito.
Eppure devo avere in te una fiducia totale, mi lascio guidare, confortata solo dal tuo abbraccio, così non voglio sapere nulla.
Tu prendi le tue decisioni, io voglio solo assecondarti. E le tue decisioni diventano anche un po’ le mie. Non perchè le condivido, ma perchè ho ancora il tuo profumo addosso, e già non ne so fare a meno.
Tu hai le tue decisioni da prendere, che poi diventano un po’ le nostre. Ma solo un po’: io ci ricamo sopra, ho belle gambe apposta.
Tu scegli la strada, la direzione, se fermarsi o andare avanti. Io assecondo, abbellisco, taccio, approvo, e chiudo gli occhi.

Nel tuo gioco di pressioni e guance calde.
Solo un accessorio.
Non aver paura di farmi un po’ male, di forzarmi, di trattarmi come un oggetto.
Io, le mie gambe lunghe sui loro tacchi. E i capelli sciolti, come piace a te.
No. Non è maschilismo.
E’ una lezione di tango.

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