Marta, o Marina

Marta, o Marina
Ha un nome che inizia con la M, Marta, o Marina, non Maria, Marcella forse, e se ne sta sul tram che tira e frena a strattoni nell’ora di punta. Aggrappata col braccio teso, la borsa gonfia che tirando la manica le scopre il braccio. Fissa caparbia le persone sedute strette, che ad ogni frenata e partenza del tram ondeggiano appoggiandosi le une alle altre, mentre lei con le gambe ben allargate e la mano serrata si tiene in equilibrio cercando di ricacciare indietro le lacrime. C’è ostinazione e orgoglio, non vuole piangere, ma perchè nessuno la lascia sedere? E’ incinta, si vede, eppure nessuno alza gli occhi dalla propria rivista, dal proprio giornale, e lei è lì imponente e incinta davanti ai loro occhi e ai loro nasi, e se la vedono fingono di no, indifferenti, stanno seduti ad appoggiarsi gli uni agli altri nelle curve e la lasciano lì in piedi, scomoda e frustrata. Perchè nessuno le cede il posto? Ad una frenata un po’ più brusca il conducente suona la campanella, e mentre gli altri  si ammassano un po’ di più stropicciando le giacche e le pagine stampate, lei si sente le ciglia umide, mentre sulla fronte la pella liscia e tesa si increspa spinta da una vena che pulsa appena più sotto. E’ la pelle liscia e distesa di una donna incinta, possibile che non se accorgano? Sa di essere grassa, lo sa dalle elementari, ma si vede, no? si vede che la pancia non può essere solo tutta sua, che ha una consistenza diversa dal braccio nudo proteso verso il palo di metallo. La pancia soda, dritta, imponente, grande come tutto il suo corpo, ma piena e viva, non ha la consistenza acquosa un po’ cadente del suo grasso. Come fanno a non capirlo? E’ una donna incinta, anche se è grassa. Ha lo stesso diritto di vedersi cedere un posto. Anche se è grassa. O forse la guardano, e vedono solo una donna grassa? Forse è così grassa che non si vede che ha la pancia da settimo mese? E allora le lacrime pungono un pochino più forte, perchè un po’ è stato anche per questo che si è fatta mettere incinta in quel modo, per provare a se stessa e al mondo di essere una donna. Una donna a tutti gli effetti. E ora, all’apice della realizzazione della femminilità, nell’apoteosi del suo essere donna e femmina, ora comunque tutto quello che si sente è di essere grassa, ingombrante e grassa. Tutto quello che i non-sguardi la fanno sentire. Prima la gente la guardava per disprezzarla, o almeno così lei credeva. Ma con il bambino in arrivo aveva pensato che forse qualche gentile signora le avrebbe posato una mano sul ventre, le avrebbe chiesto se sapeva già se sarebbe stato un maschietto o una feminuccia, sarebbe stata viziata e coccolata come mai nella vita, guardata con rispetto per una volta, giustificata nella sua mole, nel suo grasso, nelle sue carenze. E invece nulla di tutto ciò, nemmeno un’anima che le ceda il posto sul tram, dal disprezzo all’indfferenza. E le lacrime sarebbero certamente scappate fuori dagli occhi, rompendo le barriere di ostinazione e orgoglio, l’autocommiserazione come al solito avrebbe vinto, se proprio in quel momento per fortuna non si fosse liberato un posto. Allora lei si siede adagio, con attenzione, prende la borsa in grambo e sempre a gambe larghe si sistema la manica del cappotto a ricoprire di nuovo il braccio senza peli e arrossato. Dalla borsa estrae uno dopo l’altro dei piccoli sacchettini di cellophane, come quelli delle sorprese delle merendine. Li scarta uno dopo l’ altro, e dentro ci sono sempre dei piccoli ciondoli tipo quelli da attaccare al cellulare o al portachiavi, con diversi personaggi di cartoni animati. Prende il sacchettino, lo scarta con le mani gonfie, avide, lo strappa, estrae il ciondolo, lo rigira tra le dita, lo guarda appena e lo caccia in una tasca laterale della borsa per passare subito al successivo. E così per diverse volte, sacchettino, strappo, dita avide, veloci, apre la zip, lo infila, richiude la zip e si avventa con le mani rapaci sul successivo. E c’è qualcosa di ossessivo, anzi, di compulsivo in questa frenesia, nel rigirarsi frettolosamente la sorpresa tra le dita per poi subito nasconderla via e buttarsi sull’altra, senza godere, senza attenzione per l’oggetto ma solo per il gesto, senza vera curiosità, senza piacere. Ma poi arriva la mia fermata e scendo, e nella mia mente saluto Marta, o Marina, e quella cosa piccola che porta nel ventre, e quella cosa nera che le rende così fragile e spietata, e scendo nel freddo che mi vuole bene perchè anche io ho finito le scuse e ho fame.

2 Responses »

  1. uffina, forse è la febbre, forse l’immagine soffocante della signora M. così indifesa e fragile, e imponente al tempo stesso, ma mi son scese le lacrime…

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