Category Archives: Malageografia

La prima volta che ho visto Venezia

La prima volta che ho visto Venezia

La prima volta che ho visto Venezia l’ho vista arrivando dal mare.
Era una mattina presto d’estate, e sul battello faceva freddo e umido. La sera prima avevamo suonato a Chioggia ed eravamo ancora un po’ ubriachi, così guardavo la scia del battello mentre piano piano mi svegliavo, piano piano con un po’ di fatica, e l’acqua della laguna sembrava quasi pastosa e il battello procedeva lento, solcando quell’acqua densa e la foschia. Io stavo a braccia conserte stretta nel mio golfino e lui insisteva di andare dentro per un po’, ma io volevo a tutti i costi stare fuori per non perdermi il momento in cui avrei visto Venezia emergere lentamente dalla foschia e dall’acqua densa, così sono rimasta lì nell’aria umida e fredda che mi stringeva la testa mentre piano piano mi svegliavo.
Una striscia di terra. “E’ quella Venezia?” “No, non ancora”. Una striscia di terra lunga e sottile, lunga lunga per centinaia di metri e stretta forse un paio. Il battello continuava a procedere lento, nonostante mi fossi già emozionata. Dopo molti minuti a costeggiare quella striscia di terra l’eccitazione aveva lasciato il posto all’impazienza. Poi di nuovo acqua. La foschia era dorata, perché il sole stava alzandosi, senza fretta anche lui. “Guarda! E’ quella Venezia?” Una striscia di terra, un muretto basso di sassi e mattoni, dei cespugli. “No, non ancora”. Costeggiamo quell’interminabile striscia desolata per degli interminabili desolati minuti. Mi ricordo che strizzavo gli occhi, per vedere più lontano, se avessi potuto trovare un appiglio al mio sguardo e ancorarmici con gli occhi avrei trascinato il battello più veloce, più veloce, per arrivare finalmente a Venezia. Lunghissimi momenti fatti di strisce di terra brulle e acqua, solo il sole che si alzava diradando la foschia dava la sensazione di non essere fermi e sospesi nel tempo. Un isolotto quadrato con una costruzione. “Venezia! E’ Venezia?” “No… ma te ne accorgerai quando arriviamo”. Guardavo un po’ l’acqua, un po’ le mie mani, iniziavo ad avere fame. Ci mette parecchio tempo il battello da Chioggia ad arrivare a Venezia, e ancora di più se a Venezia è la prima volta che ci stai andando e sei carico di aspettative e curiosità. Stavo sbadigliando, un po’ per la fame un po’ per il sonno un po’ per la noia di vedere acqua e strisce di cespugli e reti ammucchiate e rottami “Guarda lì”. Alzo gli occhi, e tra la foschia oramai quasi del tutto dissolta vedo delle case, degli edifici non molto alti sporgersi su una striscia di sabbia. “Oh, quella è Venezia?” cerco di nascondere la delusione del tono, e mi sento stupida a confrontare l’entusiasmo che avevo messo nel primo avvistamento di una lingua di terra con il disappunto che provavo ora. “Tecnicamente sì, dovrebbe essere Venezia”. “Me l’aspettavo meno. Più. E’…” con la testa inclinata sulla spalla guardo gli edifici sfilare lentamente, lontani, il sole ha asciugato il parapetto di ferro del battello a cui sono aggrappata e ho le mani viscide. Poi il battello dal nulla lascia la sua direzione costante e monotona e improvvisamente gira a sinistra. Io struscio i palmi delle mani sul golfino, per togliere quel viscido di laguna che le impasta, lui mi mette un braccio sulla spalla e quando rialzo gli occhi siamo improvvisamente in piazza San Marco. E qualcosa brilla con violenza riflettendo il sole, e dal nulla si sentono voci e richiami e suoni, e sento i miei occhi e la mia bocca allargarsi e farsi tondi tondi e sento il cuore che potrebbe saltarmi fuori dalla bocca o dagli occhi e nulla è come mi sarei mai immaginata e capisco che è vero, che l’unico modo per arrivare veramente a Venezia è arrivarci dal mare.

La valle

La valle

Non aggiungerò le mie maledizioni a questa terra già maledetta dal clima e dalla storia. Appoggio i piedi con cautela sulla terra ghiacciata, sapendo che qua sotto da qualche parte dovrebbero esserci le mie radici. Guardo il fiume e lo trovo brutto, molto più brutto di come doveva sembrare prima, quando dicono che scorresse rosso di sangue. Piano piano il fiume si è rubato il suo posto, quando i ghiacci si sono ritirati, lasciando questi due lembi chiusi di montagne a pesare sulle nostre teste. Mi fa sempre male stare più di poche ore nella valle: poco sole, poca luce, questi mucchi di terra enormi che stringono ogni visuale ai fianchi. La lingua, che è poi la mia lingua, quella delle origini e delle filastrocche e delle ninnananne e delle storie di spavento, dura come un sasso. E ci sono sassi ovunque, e mille modi per chiamare ogni specifico tipo di sasso. Ovunque mi giri vedo sassi, sassi sul selciato delle strade, sassi che affiorano dal fiume, muri delle vigne fatti di sassi, tetti delle case fatti di sassi, sassi che sbucano tra gli alberi morti, sassi lunghi e lisci che sono i fianchi delle montagne nude dove il vento la pendenza e la mancanza di luce non hanno lasciato che gli alberi si riuscissero ad aggrappare. E con lo sguardo stretto chiuso tra queste montagne crude e sassose mi si stritola il cuore, e allora per dargli sollievo con una vista più ampia alzo lo sguardo in alto,  al cielo.
La valle ti tiene schiacciato con i suoi sassi. O ci resti, con il muso incollato alla ruota a macinare anni cupi e pensieri, o alzi la testa e lo sguardo al cielo e te ne vai.