Monthly Archives: febbraio 2010

Don’t say you need love (I know you do)

Don’t say you need love (I know you do)

Don’t Say You Need Love (I Know You Do)

Poi c’è stata quella sera in cui pioveva e io uscivo dal locale infilandomi la giacca di fretta. Mi hai raggiunto ai tornelli della metropolitana, mi hai stretto un braccio e allora ti ho detto “camminiamo” e siamo tornati fuori, sotto la pioggia, a camminare e parlare. E io piangevo e i capelli mi si attaccavano alla fronte e volevo solo che tu me li scostassi dicendo che sarebbe andato tutto bene. Invece continuavamo a camminare e parlare, finchè davanti ad una chiesa mi sono girata, mi sono messa di fronte a te e ti ho detto che eri un vigliacco e un ipocrita e tu ancora non hai fatto nulla, e ti ho chiamato coniglio e bastardo e tu non hai detto nulla. Continuavi a non fare nulla, se non farti venire un’espressione triste sugli occhi, ma io stavo piangendo e volevo che mi dicessi qualcosa per farmi smettere, così siccome non succedeva mai ho ricominciato a camminare e tu hai ricominciato a sentirti nel giusto e io ero furibonda e tu appena un po’ triste e abbiamo ancora camminato e camminato finchè non sono arrivata ad una fermata di un autobus che poteva andare bene e tu mi hai messo una mano sulla spalla e hai scosso la testa e mi hai lasciata salire sull’autobus. E io ti odiavo per tutto quello che non eri stato capace di fare, e tu invece eri solo un po’ triste, e io quella notte non ho dormito pensando che tu stavi invece dormendo e facendo sogni appena un po’ tristi e mi sono alzata, ho lavato via la pioggia dai capelli e ho deciso che non valevi più niente e per tre giorni ho pensato a com’eri prima e com’eri ora che non valevi più niente, ed ero anche io un po’ triste. E tu invece eri furibondo, e me lo hai detto e da lì abbiamo ricominciato a valere qualcosa.

La prima volta che ho visto Venezia

La prima volta che ho visto Venezia

La prima volta che ho visto Venezia l’ho vista arrivando dal mare.
Era una mattina presto d’estate, e sul battello faceva freddo e umido. La sera prima avevamo suonato a Chioggia ed eravamo ancora un po’ ubriachi, così guardavo la scia del battello mentre piano piano mi svegliavo, piano piano con un po’ di fatica, e l’acqua della laguna sembrava quasi pastosa e il battello procedeva lento, solcando quell’acqua densa e la foschia. Io stavo a braccia conserte stretta nel mio golfino e lui insisteva di andare dentro per un po’, ma io volevo a tutti i costi stare fuori per non perdermi il momento in cui avrei visto Venezia emergere lentamente dalla foschia e dall’acqua densa, così sono rimasta lì nell’aria umida e fredda che mi stringeva la testa mentre piano piano mi svegliavo.
Una striscia di terra. “E’ quella Venezia?” “No, non ancora”. Una striscia di terra lunga e sottile, lunga lunga per centinaia di metri e stretta forse un paio. Il battello continuava a procedere lento, nonostante mi fossi già emozionata. Dopo molti minuti a costeggiare quella striscia di terra l’eccitazione aveva lasciato il posto all’impazienza. Poi di nuovo acqua. La foschia era dorata, perché il sole stava alzandosi, senza fretta anche lui. “Guarda! E’ quella Venezia?” Una striscia di terra, un muretto basso di sassi e mattoni, dei cespugli. “No, non ancora”. Costeggiamo quell’interminabile striscia desolata per degli interminabili desolati minuti. Mi ricordo che strizzavo gli occhi, per vedere più lontano, se avessi potuto trovare un appiglio al mio sguardo e ancorarmici con gli occhi avrei trascinato il battello più veloce, più veloce, per arrivare finalmente a Venezia. Lunghissimi momenti fatti di strisce di terra brulle e acqua, solo il sole che si alzava diradando la foschia dava la sensazione di non essere fermi e sospesi nel tempo. Un isolotto quadrato con una costruzione. “Venezia! E’ Venezia?” “No… ma te ne accorgerai quando arriviamo”. Guardavo un po’ l’acqua, un po’ le mie mani, iniziavo ad avere fame. Ci mette parecchio tempo il battello da Chioggia ad arrivare a Venezia, e ancora di più se a Venezia è la prima volta che ci stai andando e sei carico di aspettative e curiosità. Stavo sbadigliando, un po’ per la fame un po’ per il sonno un po’ per la noia di vedere acqua e strisce di cespugli e reti ammucchiate e rottami “Guarda lì”. Alzo gli occhi, e tra la foschia oramai quasi del tutto dissolta vedo delle case, degli edifici non molto alti sporgersi su una striscia di sabbia. “Oh, quella è Venezia?” cerco di nascondere la delusione del tono, e mi sento stupida a confrontare l’entusiasmo che avevo messo nel primo avvistamento di una lingua di terra con il disappunto che provavo ora. “Tecnicamente sì, dovrebbe essere Venezia”. “Me l’aspettavo meno. Più. E’…” con la testa inclinata sulla spalla guardo gli edifici sfilare lentamente, lontani, il sole ha asciugato il parapetto di ferro del battello a cui sono aggrappata e ho le mani viscide. Poi il battello dal nulla lascia la sua direzione costante e monotona e improvvisamente gira a sinistra. Io struscio i palmi delle mani sul golfino, per togliere quel viscido di laguna che le impasta, lui mi mette un braccio sulla spalla e quando rialzo gli occhi siamo improvvisamente in piazza San Marco. E qualcosa brilla con violenza riflettendo il sole, e dal nulla si sentono voci e richiami e suoni, e sento i miei occhi e la mia bocca allargarsi e farsi tondi tondi e sento il cuore che potrebbe saltarmi fuori dalla bocca o dagli occhi e nulla è come mi sarei mai immaginata e capisco che è vero, che l’unico modo per arrivare veramente a Venezia è arrivarci dal mare.