Monthly Archives: luglio 2008

Vita d'ufficio

Vita d'ufficio
La vita d’ufficio è molto bella.
Molto più bella di come mi era sempre stata dipinta.
In quello che passerà ai posteri come il periodo delle lacrime* addirittura ero felice di stare in ufficio un numero inconguo di ore: qui, la mia scrivania quotidianamente pulita dagli elfi notturni, i miei cassetti rigurgitanti di graffette, mollettine, puntine, postit colorati, il mio schermo gigante, il telefono che a differenza del suo collega muto a casa suona in continuazione, qui nulla e nessuno mi può fare male. Pensavo.
E quattro capi che non solo non mi cazziano mai ma addirittuara sono gentili e simpatici. E la mia collega del pomeriggio che mi fa i massaggi shatzu. Qaderni puliti e banchi a volontà, quanti ne vogli quando voglio. E la macchinetta del caffè di George Clooney e lo stipetto della cucina rifonito di PanDiStelle e MordiMela. La routine rassicurante, gli orari stabili, il portiere sorridente che mi chiacchera mentre ritiro la posta e i giornali, il panettiere che ora mi conosce e mi offre i pasticcini.
Secondo me è una congiura di quelli che lavorano in ufficio: lamentarsi perennemente in modo che gli altri non si avvicinino a questa oasi di quiete e serenità.

* converazione realmente avvenuta
Mala: Buongiorno
Farmacista: Buongiorno, dica
M.: Avrei bisogno… non so sigh se avete… sobbb, qualcosa per…
F (allibito): sta bene? un antidolorifico?
M.: No.. siggggh, mi serve qualcosa per… smettere…
F.: nicorette? … metadone?
M.: Ma nu… sob, per smettere di piangere! Vede? (volto rigato di lacrime, singhiozzi strazianti) Vado avanti così da due settimane…
F.: Magari qualcosa di omeopatico, eh? Valeriana?
M.: Nu… la valesighriana mi fa sobdormire
F.: Allora vediamo… (si volta verso lo scaffale)
M.: Anche dei piccoli tappi, per i dotti lacrimali. Sobbb. Funzionerebbero…
F.: …
M.: O qualcosa per il cuore…

Cose che non cambiano mai

Cose che non cambiano mai
Se fossi un’attrice forse potrei inventarmi qualcosa per cambiare. La camminata. L’atteggiamento. L’accento. Non so. Abbastanza fantasiosa da immaginarmi in un’ altra scenografia. In un’ altra sceneggiatura. Prendere un oggetto e renderlo parte delle mie abitudini, come un prolungmento che mi identifichi e caratterizzi. La sigaretta, un bicchiere di Martini. O abbastanza disinibita da mostrarmi nuda o quasi in pose a mezze luci. Tanto è solo un guscio, la polpa resta dentro ben nascosta.
Ma non sono un’attrice.
E quindi mi rassegno, e certe cose so che non le potrò mai cambiare. La camminata (sempre sulle punte da quando ho imparato). L’atteggiamento (indisponente?). L’accento (troppo milanese, daaai). La sigaretta nella mano che si allunga a prendere un bicchiere di Martini.
Potessi cambiare pelle con la facilità con cui cambio casa. Imparare a non spendermi. Fingere che non faccia male, ogni cosa che tocco mi fa male.

Istantanea I

Gambe lunghe e abbronzate, una borsa colorata a tracolla mentre leggo la carta appesa al vetro di un ristorante straniero. Sorrido. Ho una grossa puntura di zanzara vicino al gomito e i capelli stretti un una coda di cavallo.

Istantanea II

Le mani cercano l’apertura nascosta della porta-armadio. Frenetica, il cappotto infilato solo in un braccio, mentre l’altra mano aiuta a infilare i tacchi. Non sorrido. Ho un livido piccolo e tondo sull’anca, esattamente dove l’osso tira la pelle.