Monthly Archives: aprile 2007

Comunicazione dis-servizio

Comunicazione dis-servizio
Avevo appena scoperto il godimento del fare la spesa on-line: clicca il pomodoro!
Avevo appena comprato otto casse di Martini.
E come un condor a ciel sereno, e un condor non fa mai primavera, son piombati la guardia di finanza, i Ris, i Nas, i pompieri e pure la vicina di ballatotio, a fare ispezioni.
Tzk.
In barba a tutto ciò, il Puella-bar riapre.

(Certo, considerando che tra domani, dopodomai e lunedì lavorerò una media di 15 ore al giorno, non avrò tempo di prepararvi i salatini sul bancone. Perchè giustamente sono reduce da una settimana di malattia seguita da tre giorni di ferie, e ora mi tocca recuperare. Ma voi – come al solito – servitevi pure: sapete dove sta ogni cosa, no?)

Sono una persona orrenda

Sono una persona orrenda

- Pronto, assistenza?
- In cosa posso aiutarl…
- MA INSOMMA! E’ POSSIBILE?!? E’ da una settimana che siamo senza ADSL, abbiamo già segnalato il guasto..
- Ma verament…
- MI LASCI FINIRE! Abbiamo segnalato il guasto già da giovedì, e ancora non è stato ripristinato il collegamento!!!
- Sì, ecco, in effetti…
- Non ci sono scusanti, IO PAGO PER UN SERVIZIO E PRETENDO DI RICEVERLO!
- Signorina APPUNTO! Non è un guasto. Le ultime due fatture risultano non pagate, le abbiamo sospeso il servizio.
- Ah… 
verificherò… gr..a..zie… e mi scusi…

Giochiamo a far le rime?

Giochiamo a far le rime?
Sono una taleb.ana.
Ho cestinato senza nemmeno aprirla la pubblicità degli armadi in superpromozione all’Emmelunga. E sì che è proprio l’armadio quello che stiamo cercando ora. Ma ormai l’Ikea mi possiede da dentro.

Sono una putt.ana.
Fino a ieri urlavo e strepitavo ed ero pronta a ribaltare i miei "donatori" di lavoro per le troppe ore di straordinario che mi chiedevano, e maledivo me stessa per la mia incapacità a dire di no. Poi, oggi, mi è arrivato il bonifico.

Sono una pisqu.ana.
Ecco tutto.


Che bello che è il giovedì!

Torno da te

Torno da te
Se torno a casa, e ti trovo addormentato con ancora i vestiti addosso.
Ti sveglio piano, come se fosse un delitto, ti spoglio piano a differenza del mio solito. Dormi bene, cosa preziosa, che ora arrivo.
Se torno a casa, e tu sei fuori con gli amici.
Tutta la casa è piena delle tue cose: i tuoi libri, i tuoi vestiti, le schedine giocate e scadute, i pacchetti di sigarette sul divano. E al tuo disordine aggiungo la mia attesa. Divertiti, cosa bella, torna da me colmo di parole e ridendo.
Se torno a casa, e tu mi aspetti.
Ci raccontiamo le nostre giornate storte, belle, stanche. Come i baci che ci diamo tra una frase e l’altra, storti, belli, stanchi.
Se torno a casa, e non ho fatto la spesa. E tu hai finito le lasagne. E la mozzarella è scaduta da diciotto giorni, e non ci sono pentole pulite per fare una pastasciutta.
Ecco, allora lì mi incazzo di brutto.

A difesa della coppia (d'assi)

A difesa della coppia (d'assi)
Forse è vero che in una coppia, per quanto la complicità sia un elemento irrinunciabile, è bene mantenere spazi riservati.
Forse è vero che ci sono momenti o situazioni che non vorremmo condividere con la persona che amiamo, e questo non significa amare meno.
Forse è vero che alcuni tabu sia bene non vengano mai infranti, che certi limiti non vadano oltrepassati, che certe divagazioni personali, private, restino un mistero per l’altro.
Sono cresciuta con la lezione di Babe, "Questo è il mio spazio, questo è il tuo spazio".
Ma accompagnare il proprio uomo al pokerino con gli amici ed assisterlo mentre perde denari al giuoco, non ha prezzo.
E per fortuna, per tutto il resto c’è Mastercard.

Vai Valentina

Vai Valentina
Ohi, Valentina
gambe lunghe per ballare

oh, Valentina
ogni ballo un grande amore
cocca, polpa di albicocca
che ti da’ con tutto il cuore
oh, Valentina
che prima gioca e poi ci muore

La maggior parte della mia vita l’ho passata dietro ad un vetro.
Dietro al vetro di una finestra che affacciava su una via molto rumorosa. Il davanzale basso di marmo chiaro, ci si poteva sedere senza pericolo e guardare fuori e sognare il futuro.
Dietro ai vetri dei miei mille treni, che mi proteggevano dal vento, dal paesaggio e dalla mia velocità nel digerire i chilometri.
Le lenti dei miei occhiali da maestrina. Anche loro, mi riparavano dal vento. Almeno per quello non avrei lacrimato.
Io, in vetrina, bella come una bambola ma molto più viva. "A me, sai, è così difficile dire di no".
Dietro ai vetri delle mie distanze prese, guardare e non toccare è una cosa da imparare.
Dietro al vetro di un bicchiere ormai vuoto.
E ancora non ho imparato quasi nulla sulla fragilità, o sulla trasparenza.

è Valentina
tutta occhi come il mare
tutta bambina
e tutta seni da torturare
ora dice che lavora

e che ci ha messo una croce su
no, Valentina
non ti riconosco più

"Perchè Malapuella?"
"Me lo chiedono spesso"
Non c’è una ragione. Ci prendiamo i nomi che ci danno, o che ci capita di darci.
Malapuella suona bene ed ha senso.
Potrei quasi dire lo stesso di me.

e corri corri come corre il lampo
che se la pelle te la strappa una spina
ahi, Valentina
pensa che era naturale
era un ti amo
una carezza venuta male


Rimango ferma nella mia convinzione che dopo, certo, la mia vita continuerebbe comunque. D’altra parte, il mondo è pieno di cose prive di contenuto, senso e direzione.


corri corri come corre il lampo
che se la pelle te la strappa una spina
ahi, Valentina
non è il dramma che pensi tu
era un ti amo
e dopo non ti amo più

Volevo scriverti qualcosa che ti desse la dimensione del mio sentimento. Del mio Amore, Amore mio, abbiamo delle parole, usiamole. E invece come al solito, ho finito per parlare di me. Che, considerato l’egocentrismo, è comunque un omaggio prezioso.

Libertà di parola

Libertà di parola
In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerre, terrore, assassinii, massacri: e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e cos’hanno prodotto? L’ orologio a cucù.
Orson Wells

Eravamo quattro amici al bar: io, Spad, Musashimaru e Socrate. Al tavolo a fianco al nostro si allungava sulla sedia un tipo dall’aria stralunata, the haunting haunted kind, you know. Il camerio era concentratissimo nel grattar via macchie a lui solo visibili dal lungo bancone scuro, e ci ignorava deliberatamente. Fu così, un po’ per scherzo, un po’ per noia, che decidemmo di fondare Atene.

Camerio: Cosa bevono i signori?
Spad: Io lo stesso che ha preso l’amico pejote qua a fianco
J.C. (sentendosi chiamato in causa, ma in palese stato confusionale): Camerio! Cameriooo!!! Padreeee!!! Allontana da me questo amaro calice!
Musashimaru: Bell’idea,amico. Un Montenegro!
Socrate: Per me una cicuta, senza ghiaccio, con una spruzzata di seltz, mescolata, non agitata. E alla signorina qua un Martini. Grazie.

Poi ad un certo punto diventammo troppi, e non si poteva più distinguere la voce di ognuno e ciascuno. Così decidemmo di restringere di nuovo l’assemblea, non sul diritto di nascita ‘stavolta, ma su base di elezioni di rappresentanti. Ma poi successe che i rappresentanti pensavano più a come farsi eleggere che a rappresentare, e che i rappresentati smisero di pensare per poter meglio controllare che i rappresentanti ben rappresentassero… in assenza di idee, cosa? Almeno gli interessi. E così gli interessi dei molti rappresentati diventarono gli interessi dei pochi eletti, con reciproci scambi di favori, prebende, diritti e doveri, ma ad un certo punto la situazione stava per sfuggirci di mano di nuovo: stavamo per essere ingoiati da un meccanismo più grande di noi. Infatti, dove finisce il mio interesse e inizia l’interesse della società? E se i due coincidono, perchè ci si scanna in questa cavolo di assemblea? L’incomodo era la coscienza. Abbiamo così pensato di sostituirla con la più maneggevole e malleabile opinione pubblica. L’opinione pubblica controlla, legifera, censura o promuove ciò che pertiene il pubblico, la coscienza torni pure con comodo a pensare al proprio comodo e a farsi lavare in un confessionale e sui tomi della logica. Ridefiniti i ruoli e tracciato un bel confine tra pubblico e privato come prima lo avvamo tracciato tra cittadini e barbari, con le nostre coscienze e la nostre opinioni imbiancate come sepolcri ci sentiamo pronti ad esportare l’ultimo modello di un non meglio perfezionabile sistema sociale.
E allora ci sorge un dubbio.
Qualcosa manca all’appello.
Qualcuno.
Ma… ohsssantissimogiuda: ma che fine hanno fatto i genii?
Qualcuno disse che se Mozart fosse nato ai nostri giorni, probabilmente avrebbe scritto le colonne sonore dei film di Hollywood. Io non credo. Nel ruomore delle nostre coscienze pubbliche che sbraitano per continuare ad aver ragione, è rimasto il piccolo genio bambino, trascurato e deperito, che si tappa le orecchie ripetendo "lalalalalanonvisentolalalala". E il suo pane e la sua acqua, ce li siamo venduti al mercato nero delle fase speranze in cambio di un po’ di stablità sociale, di welfare, di dinini in più.
Ma va bene lo stesso.
Abbiamo estromesso il privato dal pubblico, abbiamo estromesso la coscienza dal pubblico e forse anche dal privato, abbiamo barattato l’ideale con il privato, abbiamo privato il pubblico della sua anima. I genii parlano quando riportano una di queste condzioni al suo posto. Forse, semplicemente, ora non è cosa.

(Si ringraziano, in oridne sparso, i personagi che hanno contriubuito ai concetti di base di questo delirio epico: Spad, Musashimaru, Socrate e Solone, John Stuart Mill, Blaise Pascal, Hanna Harendt, Jurgen Habermas, gli amici della scuola di Francoforte, talvolta J.C., talvolta me, talvolta la stanchezza che ti fa vedere come filanti una serie di parole in libertà. Libertà di parola)

Sipario