Monthly Archives: agosto 2006

Comunicazione di-sservizio

Comunicazione di-sservizio

Sono abituata al mio disordine.
Abituata ad avere i vestiti sparsi tra la sedia, l’armadio e il letto.
Abituata a trovare a colpo sicuro il libro che mi serve, in mezzo alle pile pericolanti di libri sulla mia scrivania.
Abituata a smettere di cercare una cosa, se non la trovo la chiamo. Prima o poi arriverà.

Trasferisco altrove la mia entropia.
E ci vorrà del tempo per ricompattare il mio caos organizzato. E dargli una forma più o meno definitiva.

Sono abiutata anche a non avere un posto mio, ma stare parassitariamente a mio agio un po’ ovunque.
L’armadio e la cameretta in comune con mia sorella, il pianoforte bello in sala, il verticale in camera dei miei, la mia scrivania nella sanza dello stiro.
Un po’ di qua e un po’ di là, una Puella che si barcamena.

E questa è una settimana di traslochi.
Puella senza fissa dimora, provvisoriamente appoggiata qua e là.
Ho già pronti gli scatoloni, con le loro etichette allegre:
"Libri"
"Sogni"
"Corredo"

Quindi, mi resta solo da:
1 – comunicare il nuovo indirizzo ad amici e parenti: se qui non rispondo, mi trovate su http://
grazia.blog.it
2 – capire come fare a leggere la mia posta dal suo pc
3 – mettere il micio nel trasportino, chè almeno lui mi tenga a bada

I miei J.

I miei J.

Sa scrivere.
Io leggevo, e leggendo mi innamoravo.
Amore fatto di blog, e-mail, sms, senza suoni, nel mio mondo di strani silenzi e musica.
Questa è la data, di quando ancora sapevo sognare bene.
"Hai talento", mi diceva, e io mi vergognavo.
Stanotte, mi sono svegliata all’improvviso: tu fatto di carne e materia, così concreto e denso steso al mio fianco, e lei leggera e impalpabile, la donna fatta di parole, la chiamavo così, di cui ancora non ho mai sentito nemmeno la voce.
Così distanti, agli estremi dell’esperienza. Eppure. Avete talmente tante cose in comune, non me ne ero accorta.
E’ strano.
La stessa iniziale del nome. E me.  

"3 Aprile 2004

A J.

Una piccola ossessione per quando se ne ha voglia.
Ecco cosa stai diventando, piano piano.
Mi cullo in pensieri distaccati, formo dei mosaici con le immagini inconsuete che incontro durante la giornata.
Ieri sera, ad esempio, eri un tacco scalpitante, il suono delle nacchere di due ballerine di flamenco.
Avessi visto come si intrecciavano le loro braccia e i loro sguardi!
Si sorridevano, si giravano intorno, battevano i piedi ritmicamente.
Quei movimenti rapidi della testa, nelle giravolte: come a non potersi perdere nemmeno un istante occhi negli occhi una dell’altra. Erano afferrate l’una all’altra per gli occhi, per lo sguardo.
Ecco quello che vorrei essere per te. O almeno quello che vorrei tu potessi essere per me.
Ma come sempre mi sto arenando in nostalgie inutili e ingiustificate, e forse è meglio restare per sempre così:
poche lettere che di tanto in tanto si sfiorano."

Allitter-azioni

Allitter-azioni

Ci sono parole che sembrano baci travestiti da suoni.
Burro e miele.
Mamma.
Mi manchi.

Altre parole invece sono come schiaffi sulla bocca.
Vattene.
Non ti aspetto più.
Sta’ zitta.

Le parole con la "z" sono carezze ruvide, di barba un po’ lunga.
Zero.
Zigrinatura.
Azzurro carta da zucchero.

Quelle con tante "s" insinuano sottilmente il seprente del sospetto.
Sentieri solitari.
Sei sicura?
Stupidi sentimenti.

E così via: la "l" è un suono liquido, di luna, di laghi lontani e di malinconia che allunga le labbra; la "q"  fa un suono di schiocco, allegro e chioccio; le parole con la "a" sono risate e stupore, attesa, amore, allegria; la "g" è un po’ spigolosa, come l’ angolo di una ringhiera, come il dente aguzzo di una cane che ringhia, e si può addolcire, ma non troppo, chè diventa subito gelatina. 

Le parole dicono molto di più di quel che significano.
E, delle volte, non significano proprio nulla.
Sono solo suoni, che rotolano in bocca, per darci l’impressione di poter far passare prima il tempo.

De mysteriosissime sparitionibus comparitionibusque*

De mysteriosissime sparitionibus comparitionibusque*

- ma dove sono?!? ogni volta ‘sta caccia al tesoro…
- è che sei disordinata!
- io, sono disordinata? lasciamo perdere… ma le hai nascoste tu?
- ma ti pare?!?
- e che ne so… qua non si trovano…
- dai, che facciamo tardi!
- anzichè rompere, perchè non mi dai una mano a cercare?
- uffi, ma saranno lì dove abbiamo fatto l’amore, no?
- sì, ma dove?!? in bagno, sul divano, sulla scrivania, sul letto, nel lavandino in cucina… dove?
- eheh, senti, per me puoi anche uscire senza…

No. Era una battuta, vero? Senza mutandine? Non se ne parla. Però insomma, ogni volta la stessa storia. Possibile che in 20 mq di casa si riescano sempre a nascondere così bene? Fra poco ci contatteranno dalla NASA per avviare uno studio comparativo tre la sparizioni degli aerei nel triangolo delle Bermuda e le sparizioni delle mie mutandine in questa casa.
Sposto cuscini, sposto mucchi di vestiti, bicchieri, giornali, lattine, posta, buste della spesa (questa casa ha bisogno di una riorganizzata generale), guardo dietro alle tende, sotto al ventilatore, nel computer…

- ma ti pare che puoi trovare le tue mutande nel computer?
- boh, io non lascio niente di intentato…
- senti, è tardi. Andiamo?
- ancora con ‘sto tardi? io senza mutandine non mi muovo da qui…
- dai, se vuoi io ne ho un paio
- EH?!?
- facciamo prima. Ho un paio di mutandine, dai, sono da donna te le posso prest…

SBANG! Mi chiudo in bagno. Intanto mi lavo i denti e ragiono su quanto mi convenga voler sapere il perchè lui abbia… no. Non lo voglio sapere.

Ipotesi, ipotesi. Frullano nella mia mente. Sempre più agghiaccianti.

Ok, lo voglio sapere. Esco dal bagno.

- guarda che non sono neanche state usate…
- no, zitto!!! adesso mi spieghi da dove salterebbero fuori queste mutandine da donna! E vedi di essere convincente!
- belle, arancioni, come il mio blog… sicura che non le vuo…
- AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHHHHHHHHHH!
- ok! Ok… Mah, no, niente… così… me le ha portate una ragazza…
- …
- prima che ci conoscessimo, quando mi avevano trasferito a P****
- guarda che già ci conoscevamo! e comunque, vai avanti!
- mah, così… niente… io ero in stazione per prendere il treno… un po’ triste, no? sai la situazione?
- vai. avanti.
- e arriva questa ragazza, allora… dai, era un pensiero carino… è venuta al binario, alle 7 del mattino
- alle 7?!? Ma questa ‘sta messa peggio di me! Continua!
- e basta, mi ha portato le mutandine. Arancioni. Le vuoi?

-…
-…
-…
-…

- sai Amore, cos’è che mi fa incazzare in questa storiella grottesca?
- ghhhh… no, dimmi…
- CHE NON TI RENDI CONTO CHE SONO DI ALMENO 2 TAGLIE IN PIU’!!!


* Nel titolo: aho, io il latino l’ho imparato sui testi del gregoriano, è un latino medievale il mio. Pignoli!

 

Ta-daaà

Ta-daaà

La sorpesa più scontata.
Rientrare a Milano con cinque giorni di anticipo, e andarlo a prendere al lavoro.
Mi impegno al telefono, per non tradirmi. Chissà se sente che sto ridendo dentro.
E insistere per anticipare la partenza di un’ulteriore quarto d’ora.
E passare il viaggio pregustando la sua faccia, il suo sguardo, il suo sorriso.
Corro da lui. Felice.
La sorpesa più scontata.
La migliore è stata trovarci, la sorpresa vera ed inaspettata. Io a confonto del destino che ci ha portato l’uno nelle braccia dell’altro sono solo una dilettante.
Ma anche la mia sorpresa non è male.
La più scontata, ma sempre d’effetto.
Come arrivare davanti al suo ufficio e trovarlo lingua in bocca con una bionda.

Non male, Amore. Anche questa non è male.

La sorpresa più scontata e banale.

Silenziosamente

Silenziosamente

Silenziosamente crescono i grandi alberi, e allungano le loro ombre sulle culle  dei funghi.
Il sasso bianco è muto, mi ci sdraio sopra e divento un tutt’ uno con la sua immobile maestà.
I miei passi spengono il fruscio del bosco: anche il vento per rispetto si acquieta quando mi passa accanto.

Che colore ha il silenzio?
Negli anni ho imparato a memoria i cambiamenti di quel cielo.
Ho contato mille volte le mille tonalità di giallo degli steli del prato.
Dove il buio è più fitto, le stelle hanno diverse sfumature. Prometto di guardarle tutte, e di distinguerle per potertene portare un’immagine abbastanza vera.

Silenziosamente chiudo un’altra valigia.
Ti mando un bacio di nulla, che attraversi la distanza dei chilometri e quella del sonno che ti allontanano da me con cattiveria.
Silenziosamente, con gli occhi tristi di un’attrice di film muto e gli stessi gesti esasperati mi preparo ad un’altra partenza.

Porto tante parole con me:
da leggere e da scrivere, più tutte quelle che non potendo ti vorrò dire.

Tutte parole immaginate o disegnate, silenziose.
Perchè questa volta non ci sarà nemmeno la musica a farmi forza.
E non ci sarai tu, che sei la mia musica e la mia forza.

E allora cercherò, silenziosamente, il punto della montagna dove la ferita è più fresca e fa più male.
E farò un silenzio così grande, che si moltiplicherà per mille e mille volte, rifangendosi nello stupido meccanismo a specchi dell’eco, e potentissimo ingoierà tutto, e ogni idea prenderà forma impastata di silenzio.
E fino a che non sarò sulla strada del ritorno, nessuno sentirà nulla, all’infuori del grande silenzio.
E sarà un silenzio denso e compatto, che nessuno ha ancora mai sentito, nemmeno la montagna con il suo eterno sasso bianco e i suoi alberi guardiani.
Un silenzio perfetto, in cui si spegne anche il suono dei pensieri.
In cui possa cullare in pace il ricordo della tua voce.

Sogno? o son…

Sogno? o son…

La mia città, trasfigurata nella pioggia.
Poca luce grigia, e l’acqua che cade in fitte righe verticali che distorcono il profilo dei palazzi: palazzi lunghi lunghi, alti alti, grigi grigi.
Nessuno in corso Vittorio Emanuele. Nessuno in Galleria, nessuno in piazza della Scala. Una città deserta.
Non so perchè, sono vestita come se fosse estate, e invece è Novembre, fine Ottobre forse.
Freddo, con una felpina che stiro e allungo con le mani, e niente: mi lascia sempre scoperta una striscia di pelle sulla pancia o sulla schiena. Freddo.
I jeans un po’ lunghi strusciano sul pavè bagnato, la stoffa ruvida e inzuppata sfrega contro le mie caviglie e contro la pelle dei piedi nelle loro infradito estive.
L’orologio pubblico segna un’ora impossibile.
Un’ ora di quelle che esistono solo la sera, tardo pomerigigo, poche volte si sono viste al mattino.
Un’ora da fine nottata, quando si ritorna un po’ barcollanti dal troppo bere e del troppo ballare e non si indovina bene la toppa della porta di casa, e poi si lasciano le chiavi appese fuori nella fretta/voglia/necessità di arrivare presto al letto.
Non avrei mai creduto che quest’ora potesse esistere anche come inizio della giornata. E’ un’ora da dormire.
Vorrei legare i capelli, ma sfuggono, bagnati, come i serpenti di medusa, e mi sbattono sul collo, sulle spalle, sulla faccia. Piccole ciocche diventate fruste, fredde di pioggia e vento, incattivite.
Forse ho voglia di piangere, o solo di urlare, o di correre via per scaldarmi un po’.
Per fortuna c’è questo buffo signore allampanato ed elegante che mi tiene per mano, mi guida all’interno di un bar e mi offre un caffè.
Mi scotto. Il labbro superiore. Il caffè è bollente, amaro, ha un buon odore, un buon sapore.
Mi sveglio.
Finalmente mi sveglio.
Sei tu, Amore. Meno male.
Credevo di fare un sogno terribile. 
E invece. Tu sei lì, con le tue mani calde e rassicuranti, il tuo sorriso che mi conforta, bello con la tua cravatta annodata precisa, chè tu di nodi alle cravatte te ne intendi, e la sigaretta pronta da accendere.
Tu, Amore mio, unica risposta alle mie paure, ai miei dubbi.
Tu, unica risposta a cui voglio credere come ad un oracolo, come ad una guida, come ad una bugia e ad una promessa.
Unica risposta ad ogni domanda, punto di partenza e d’arrivo di ogni mio ragionamento, di ogni mia giornata, di ogni mia decisione.
Allora, Amore, per favore, ho solo tre domande da farti. Rispondi.
1- Chi ha avuto l’idea di mangiare cinese ieri sera?
2- Visto il clima, non ce l’avevi a casa un maglioncino da prestarmi?
e soprattutto
3- Quando è stato, di preciso, che mi è sembrata una buona idea accompagnarti al lavoro?

Gra-fiko

Gra-fiko

- …così?
- oh, sì
- ecco…
- oh,sì! sì!

Ore. Chiusi in casa. Sequestrati dalle nostre fantasie.

- e così? ti piace così?
- che meraviglia…
- aspetta, ecco… un po’ più di lato…
- sì! così… bellissimo!

Senza mai fermarsi. Nemmeno per un Martini. Nemmeno per un cannino.

- ora prendiamo le ciliegie
- …
- …
- mhhh
- ma, accidenti! guarda! è diventato tutto rosso…
- oh, no? e ora?
- …
- … ecco, a posto
- pensavo… rimettilo come prima…
- mh, no dai: proviamo a riaprire qua
- sono nelle tue mani, sei tu l’esperto!

Unica comodità concessa, cambiare posizione. Sul divano, sul letto, sulla scrivania.

- Allora, ti piace?
- Spad, sei un fenomeno!
- Dai, un template così non si era mai visto!

 

Màmesònseràtàmesòn

Màmesònseràtàmesòn

Quattro pareti. E’ il minimo sindacale. Poi potrebbero anche essere di più, vedremo.
Una porta. Almeno una. Una porta mi serve: da rimanereci chiusa fuori, da sbattere quando sono arrabbiata.
Poi, vorrei un vaso, con detro una piantina. Per quando sarai lontano. Così, giusto per avere qualcosa di cui prendermi cura nell’assenza. Un surrogato. E una scusa per litigare, quando sarò stata via io, e tu l’avrai lasciata seccare.
Tende colorate, che entri la luce e abbia sempre una buona notizia da portare. Tende colorate in tinta con le lenzuola. E’ lì che fabbrichiamo le nostre buone notizie.

Così mi immagino il nostro appartamento.
Come vedi, non ho grandi pretese.
Che poi un appartamento è quello che è. Una scatola, una reggia, una gabbia, un castello, un magazzino, uno sgabuzzino.

Una casa, ecco: quella è tutta un’altra cosa.

Casa. Imparerò a chiamare casa qualunque posto. Ovunque siano le tue braccia forti, e le tue labbra ad aspettarmi.