Monthly Archives: luglio 2006

Manchi

Manchi

- Mi manchi
- Ma sono qui
- Lo so. Ma. Mi manchi. Lo stesso.

La frustrazione del perdersi un tramonto. Mancare l’appuntamento, con la scusa che domani sarà uguale, che ogni giorno ha il suo tramonto, e che c’è una vita di tramonti davanti, a venire. La piccola consolazione che di certo non sarebbe stato il tramonto più bello non colma il senso di perdita per qualcosa di unico, di irripetibile, che non tornerà. Nella sua monotonia. Come del creare ogni giorno un’opera d’arte, senza avere nessuno a goderne. Un tramonto sprecato, così: senza dedicatari. Un vuoto a perdere.

- Mi manchi per tutti questi anni lontani, e il non sapere dov’eravamo mentre ci preparavamo a trovarci, e sapere che raccontarci a vicenda non basta. Mi manchi per tutte le volte che so che avrò bisogno e tu non ci sarai, per tutte le volte che mi vorrai fortissimo e io non capirò. Mi manchi, mi manchi ancora. E mi manchi di già.

Ofelia nella vasca

Ofelia nella vasca

Come un’Ofelia postmoderna. L’acqua  mi accarezza l’attaccatura dei capelli: per l’occasione li ho raccolti come farebbe una ballerina. Lo chignon alto, tirato sulla nuca, ciocche sparse che si attaccano a seguire la linea del collo, degli zigomi, dei pensieri.
L’acqua è come una culla di indeterminazione. Come un rifugio, protegge le mie orecchie dai suoni, la mia pelle dal calore dell’aria fuori, e i miei pensieri dalla luce delle candele sparse attorno.
Mi immergo, riemergo, torno sotto di nuovo.
Ascolto lo sciabordare di piccole onde, ad ogni movimento contro la mia pelle, dalle ginocchia, sul seno, fino al mento: piccole onde. Troppo piccole per assomigliare ai mari liquidi che mi nuotano dentro, alla luna che mi strappa via i colori di dosso, alle maree lunghe e lente e ineluttabili e dolorose che si alternano sotto la pelle, di qua dalle palpebre, dentro alla pancia, in bianco e nero.
Fino a che siamo una cosa sola, io e l’acqua: non ci sono distinzioni.
Lacrima? Acqua. Sangue? Acqua. Saliva, sudore? Acqua.
Patimenti, dolori, affanni, paure, desideri, voglie, sogni, sete, struggimenti, malinconie. Si scioglie via tutto come il mascara dalle mie ciglia.
Io, gotico, buffo, patetico misto tra una rockstar ed una santa martire, distendo il braccio sinistro. Che si piega, morbido. E la mano è molle come un fiore notturno, come una pianta carnivora, come un’idea vegetale di ramo perfetto. Come un arabesco dalla misteriosa semplicità. Sono una mangrovia cresciuta nella tua vasca da bagno.
Sigaretta, cerchi di fumo, dissoluzione calma e ponderata. Cercata.
Benvenuta decadenza, da tanto non ci facevamo compagnia. Io e te, ora, in questa vasca senza più schiuma, io nuda con la mia sigaretta a respirare via tutti i tormenti. Tu la solita incantatrice, con i tuoi racconti suggestivi che mi anestetizzano e mi annullano fino a rendermi sottile sottile, come se non fossi altro che un’idea negli occhi di un altro uomo.
Parlami ancora di Parigi, di Venezia, dammi ancora Thomas, e Richard, e Paul che io sono sempre stata la loro musa perfetta. Senza assenzio, senza oppio, la musa perfetta. La vergine dai grandi occhi tristi. Dammi ancora la possibilità di essere una musa. Anche imperfetta, questa volta. Me lo dovevi, no?
Pallida, segnata, splendida, senso di abbandono e tragedia, una piccola Ofelia postmoderna, un piccolo stelo di ortica nel buio delle candele della tua vasca da bagno.

Poi arrivi tu. Portandomi un Martini ghiacciato. Cantando "I’m blue sbidibì sbidibù". Ballando? Ballando…
E io riemergo dagli abissi. Felice.

C’est l’amour, c’est l’amour.

'ngiorno Principessa

'ngiorno Principessa

- Sai, quando sei venuto a prendermi al lavoro… il giorno dopo c’erano tutte le mie colleghe in rivolta
- E perchè mai?
- Eh… così… sei bello. E loro dicono, ma è possibile che tutti quelli fighi te li becchi tu? Eppure bella non sei, simpatica nemmeno, intelligente, sì, forse, con riserva
- Amore, ma perchè tu la dai via!
- Anch’ io ti amo tantissimo

- …
- …


- Dai, Amore, era una battuta…
- Sì, sì. Anche la mia.

Intimo conforto

Intimo conforto

Ieri sera, aperitivo mondano.
Finalmente, l’occasione giusta per sfoggiare i sandali comprati un paio di mesi fa, quei sandali che hanno iniziato a cantare nella mia testa "e mò quando ce metti" appena la commessa del negozio ha strisciato la banda magnetica della carta nel pos, quei sandali che hanno fatto esclamare a mio padre  "ho una figlia zoccola, rassegnamoci", quei sandali che fino a poco tempo fa rappresentavano l’apice della tamarraggine mai raggiunta nella mia vita, e che poi si sono rivelati ahimè solo un sintomo della mia svolta kitsch.
Insomma, tacco a spillo 12. Cromato.
A cui ho prontamente abbinato la pochette in strass argentati acquistata all’uopo in mattinata.
Per completare il quadro, niente di meglio del mio vestito-evidenziatore da Bond-Girl mancata e via! (Descrizione dell’abito per i giornalisti: giallo, rosa, arancione e verde, tutti declinati in sfumature Stabilo-Boss. Taglio anni ’60).

- Ma certo Amore, se devi fare pubbliche relazioni è giusto che io mi vesta adeguatamente, anche trascurando per una volta i miei saldi principi relativi alla praticità dell’indumento ed alla sobrietà che mi contraddistingue. Lo faccio per te, per farti fare bella figura.

Balle. 
Farti fare bella figura?
Come quando ho ingollato il pastiglione antibiotico aiutandomi con due belle sorsate di Negroni?
Ricordandomi immediatamente dopo del perchè sono mesi che non bevo più il Negroni, dell’episodio di devastazione psico-fisica in cui il caro cocktail mi aveva costretto, e che se l’avevo rimosso dalla mia top-ten-aperitiva evidentemente un motivo valido c’era?

Barcollante per il Negroni che mi ha riportato in quello stato di estasi che già mesi addietro mi aveva regalato, incerta sui tacchi vertiginosi, sfatta dal caldo torrido moralmente inaccettabile dal momento che ci trovavamo su una terrazza, cerco un degno appoggio per le mie chiappette.
All’orizzonte scorgo solo ed esclusivamente divanucci e sgabellini. Creati evidentemente da un designer con il gusto del diminutivo e del vezzeggiativo. Perchè nessuno misurava più di quei 35/40 centimetri dal suolo.
So il rischio a cui vado incontro. Eppure, non ho alternative.
Tentenno, pondero, rifletto, ma nello stato di ubriachezza molesta in cui verso non mi viene gran bene.
Ho solo la netta percezione che la somma di tacchi alti, gonna corta, seduta bassa possa avere conseguenze in netto conflitto con la mia intenzione di dare comunque un’immagine di me come di fanciulla composta e a modo.
Un pensiero mi attraversa rapido la mente, schivando Negroni e antibiotico, facendomi recuperare un istante di confortante, rassicurante lucidità.
Mi siedo, accavallo le gambe.
"Bella lì, ho le mutandine rosa shocking in tinta con l’abito!"

Edit: dalle foto disponibili si evince anche la mia recente tendenza ad accompagnarmi esclusivamente a uomini tricologicamente minimalisti.

Spezzatino Dreamin'

Spezzatino Dreamin'

21 Giugno, solstizio d’estate. Inizia la stagione più calda, il regno del solleone, dell’afa e delle zanzare. Inizia la metamorfosi. Quell’orrida trasformazione per cui la mamma più dolce e premurosa si trasforma nella Mammapuè-versione-estiva.
Del tutto dimentica dei suoi doveri parentali, passa il tempo a preoccuparsi unicamente dei suoi fiori da terrazzo.

- Pronto, Mamma! (rantolando)
- Ah, qui al mare si sta benissimo, fresco, ventilato, ‘na meraviglia. Come? Lì a Milano schiattate dal caldo? Oh, non farmi mica morire i geranei, mi raccomando!
- Mamma, veramente siamo in emergenza idrica, si è prosciugata la falda, il comune ci sta razionando l’acqua: abbiamo diritto ad un cucchiaio da minestra d’acqua ogni due giorni, io che sono giovane ogni 3 (rantolando in dissolvenza)
- Per me te puoi anche liofilizzarti, vai a derubare i vecchietti rincoglioniti del 7° piano e dai l’acqua alle mie surfinie.

Ad esempio.
Ma questo è il meno.

La cosa grave è che la Mammapuè-versione-estiva smette di cucinare. Fa caldo, la cucina è la stanza più calda della casa, per cucinare serve il fuoco, e il fuoco scalda. Quindi, la Mammapuè in versione estiva smette categoricamente di cucinare. Gettando la famiglia nello sconforto.
La sorella se ne va dal fidanzato.
Il cane guarda il gatto in cagnesco, mentre il gatto guarda l’acquario in gattesco. I pesci niente, sono stupidi, e comunque abituati a mangiarsi tra di loro.
Puella e il suo papà dimagriscono a vista d’occhio.
E lei, pur constatando l’incresciosa evidenza, ne fornisce spiegazioni a suo dire razionali.

- Mannò Puellapapà, non sei mica dimagrito tanto. Quei 9 chili che hai perso… erano tutti di colesterolo. Vedrai, fatti le analisi adesso e vedrai come stai bene in realtà (in tono di sfida)
- Mannò Puella, non è mica colpa mia se stai scomparendo. Sei tu che vai a mangiare al giapponese, se poi insieme ai pesci crudi che ti danno da mangiare ti mangi anche il verme con cui li hanno pescati… avrai preso il verme solitario (in tono di perfidia e diffidenza verso la cucina orientale)

E così la famigliola si riunisce al mesto desco la sera, e la figliola, implorante, come il pulcino nel nido spalanca la bocca pigolando "Cosa si mangia stasera?" e da più di un mese oramai le risposte (a rotazione sono)
- una bella insalatona!
- una bella insalatona col tonno!
- una bella insalatona fresca!
- una bella insalatona saporita!
- una bella insalatona di pomodori!

- Mamma! Mi vuoi uccidere? Io sono allergica al pomodoro!
- Eheh, non ci caschi mai, vedo… Dai, allora una bella insalatona!

Domenica a pranzo, l’evento choc.
- Mi raccomando, non fare tardi che vengono a mangiare pure tua sorella col fidanzato!
Entro in casa puntuale e precisa, e mi sconvolge un profumino delizioso… ancestrale, antico, quasi dimenticato…

- Mamma… ma… stai cucinando?!?
- Un bello spezzatino di carne!
- No! (incredula e acquolinante)
- Sì! Con anche i funghi, e i chiodi di garofano, e l’alloro, e gli occhi di aglio…
- (figliola senza parole, le sue lacrime sono più eloquenti di qualunque discorso)
- Uno spezzatino bello saporito e nutriente! E’ tutta la mattina che gli sto dietro per cucinarlo!
- Mamma… che bello! Grazie! Cucinare lo spezzatino, e con questo caldo!
- E infatti, mica ce lo mangiamo. Lo surgelo per l’inverno. Noi ci facciamo una bella insalatona! Ti va?

 

 

Per un ateo convinto

Per un ateo convinto

I nostri nomi sussurrati incessantemente come un mantra,
sillabe che si confondono e perdono il loro significato fino a diventare vapore.
Labbra sulle labbra, in un sussurro che è preghiera.
Il tempio delle mie espiazioni: il tuo sguardo stupito.
Il mio corpo l’altare delle tue offerte di baci e dei tuoi voti e delle tue promesse.
Tu l’idolo pagano della mia danza e del mio ritmo di meditazione.
Il tuo incenso prezioso si consuma ai miei misteri:
Io la Dea e la vittima sacrificale.
Testi sacri incisi in lingue arcaiche sulla nostra pelle,
E il divertimento e il timore delle nostre traduzioni reciproche.
Le nostre risate, libere e ieratiche, canti antichi come i canti dei lupi nella foresta.
Nella penombra, i nostri paramenti mistici fatti solo degli sguardi con cui ci abbelliamo l’un l’altro.

Senza paura di bestemmiare, l’amore con te è un fatto religioso.

Chiamami paradiso, inferno, estasi e nirvana
Voglio essere la tua rivelazione e la tua illuminazione.
Tu sarai il mio dogma.

E non avrai altro dio al di là di noi.

Zinnat*

Zinnat*

Ti svegli con un sottofondo musicale insolito. Apprendi che si tratta di "Under the Bridge" dei Red Hot Chili Peppers. "Una pietra miliare nella storia della musica". Butti il trio di Schubert alle ortiche. Decidi che è questa la tua musica preferita del mondo.

Esci da sotto la zanzariera e ti affacci al mondo. Prima buona azione della giornata: provi di nuovo a convincere le pianticelle di gramigna che crescono tra gli autobloccanti a fare il grande salto e trasferirsi all’interno dell’aiuola. Niente. Stanno lì, caparbie. Intanto però, sarà che l’ora è presta, senti uno strano freddo lungo la schiena. Saranno anche le 6.35, ma è pur sempre il 20 Luglio. Comunque, fa freddo.

A colazione senti con sgomento ed apprensione la tua stessa voce pronunciare frasi indecifrabili in un linguaggio a te del tutto sconosciuto. Del tipo "ti hanno crackato l’account". Eh?

A questo punto ti sembra di avere in mano abbastanza argomenti per dedurre che qualcosa non sta funzionando per il verso giusto.

Arrivo a casa.
Mi sento una pallina da ping-pong infilata nella trachea. Divano e termometro: ho pure la febbre.
Voglio sapere come si possa accettare serenamente il fatto di essere in grado di beccarsi una tonsillite con i fiocchi al 20 di Luglio. E’ come prendersi l’eritema solare in Novembre, e senza nemmeno essere stati ai tropici.

E all’urlo di "Ommioddio moriremo tutti" vado a rimpinzarmi di antibiotici. Che li ho presi solo una volta quando avevo 6 anni, ma mi dicono sia un sballo pazzesco

*nel titolo: il nome dell’antibiotico. Speriamo sia descrittivo degli effetti collaterali, nel caso assolutamente desiderabili.

Il bello delle donne

Il bello delle donne

Esci con lui.
Cosa ti metti?
Apri l’armadio, cerchi qualcosa che non sia troppo stropicciato o infestato di peli di gatto.
Lo infili.
Lo sfili.
Si sfila comodamente? Ok, andata.

Sei invitata a pranzo con la migliore amica di lui.
Apri l’armadio e ti viene una crisi isterica.
Chiudi l’armadio. Ti sale l’ansia.
Riapri l’armadio.
Lo richiudi.
Apri l’armadio di tua madre.
Conato.

- Pronto?
- E io che cazzo mi dovrei mettere domani? eh? eh?! eh?!? Non ho una gonna da pranzo: o sono lunghe da sera, o sono microscopiche da zoccola. E se anche avessi una gonna adatta non avrei le scarpe con cui metterla. E poi sono pallida. E se mi faccio una lampada ora, domani sembrerò un’aragosta transgenica di Mururoa, che manco in Lost se ne pescavano di così grosse e brutte. E allora lei penserà che sì… che sei veramente caduto in basso. E che non ho stile. E che sono una sbrindellona. E che nemmeno tuo fratello si merita una con così poco gusto nel vestire. E tu, cazzo, tu con la tua giacchina e la tua cravattina… e la tua camicina ben stirata, che poi, diciamolo, l’hai fregata come al solito dall’armadio di tuo padre… comunque, dicevo, io non ho niente che si intoni alle tue camicie o alle tue cravatte. Non ho avuto tempo di organizzarmi, va bene? E lei penserà che è stato un abbaglio, e ti convincerà che noi non siamo fatti per stare inseme. E io sai cosa ti dico? Che non è giusto, e che allora vengo vestita come piace a te, mi infilo una tua camicia, mutandine rosa e via, risolto il problema. Ma dove la trovo una tua camicia domani? E allora vado prima in centro, e mi compro i tipici vestiti da fighetta milanese, e le tipiche scarpine da fighetta milanese, e così almeno sarò all’altezza del giudizio dell’unica donna oltre a tua madre che ancora ti parla, e non mi interessa niente se poi non li metterò mai più nella vita perchè a me l’optical fa davvero cacare, mi piace vestirmi comoda e l’unica cosa che c’ho di firmato sono le occhiaie, che paiono disegnate da Versace da tanto bene che mi cadono sulle spalle!
- …
- Non dici niente? Non mi incoraggi? Non mi consoli?
- … (non è il silenzio: si sentono rumori soffocati, come di asma, o di criceti in calore)
- Amore? Allora, come mi devo vestire? Dai, ci tengo… è la tua migliore amica. Voglio fare una buona impressione…
- Se domani vieni vestita diversa…
- (ma cos’è, sta ridendo? sta ridendo?! STA RIDENDO!)
- Se domani vieni vestita diversa dal tuo solito modo, io ti sputtano!

 

Epica popolare

Epica popolare

L’è la fiola dal paisan
l’è la fiola dal paisan
tutti dicon che l’è bela
Tanto bella come l’è
tanto bella come l’è
la s’è fatta rimirare

Mi porto a spasso con leggerezza.
Abituata a camminare su cocci di cuori infranti che oramai nemmeno mi ferisco più i piedi.
E se sciolgo la treccia ad ogni capello si attacca una promessa d’amore.
E se mi copro di stoffe larghe sembra che ogni piega nasconda un mistero.
E quando mi bagno nella fontana, la sua acqua non saprà più dissetare chi passa e guarda.

La s’è fatta rimirar
la s’è fatta rimirar 
eran tre soldati armati
Il più bello di quei tre
il più bello di quei tre
lui se l’è portata via

Uno l’ho voluto, uno l’ho cercato, uno mi ha trovata.

L’ha purtà tanto lontan
l’ha purtà tanto lontan
‘na prigion profonda e scura

Chiudimi nella tua stanza, mi basta il mondo che porti negli occhi.
Raccontami cos’è la vita, ma come si racconta una fiaba.
Spaventami e consolami, ma non nascondermi mai nulla.
Dammi da bere, prenditi cura di me, accarezzami la schiena per farmi addormentare.
Incastrami, subito. Con le chiavi, con gli amici, con l’amore, come vuoi. Non chiedo di meglio.
Sono la tua principessa senza draghi.

O papà mio papà
o papà mio papà
cosa dicon di me in Francia
Tutti parlan mal di te
tutti parlan mal di te
e che sei figlia rubata

Aveva un cavallo, era bianco e forte, correva veloce come il vento.
Aveva un’armatura lucente, che lasciava scoperto solo il cuore.
Aveva armi, parole, ballate e baci.
Vostro Onore:
L’ho portato io nel bosco.
E’ il più innocente degli assassini.

Io non son figlia rubata
io non son figlia rubata
al mio amor son maritata
io non son figlia rubata
al mio amor son maritata

Lost

Lost

Sono una ragazzetta facilmente impressionabile.
Svengo alla vista del sangue.
Di più, svengo all’idea del sangue.
Quando mi tocca fare i prelievi, svengo nell’istante immediatamente successivo all’ aver salutato il dottore (chè sono impressionabile, sì, ma all’educazione ci tengo).

Sono una ragazzetta che si impaurisce con nulla.
Se squilla il cellulare e non conosco il numero, mi prende il panico e non rispondo.
Se penso a quanti lavori ho perso per via di questa mia fobia, mi sale l’angoscia.
E se mi sale l’angoscia, beh, anche aspettare la metropolitana può causarmi le palpitazioni.

Sono una ragazzetta stressata, non reggo la tensione.
Per dirne una, il segnale acustico dei semafori.
Quello che serve ad indicare ai nonvedenti quando attraversare.
Quello che fa pio pio pio-pio-pio-piopiopiopio. Ecco, questo accellerare di pigolamento è profondamente deleterio per il mio equilibrio nervoso.
Se poi passa anche un tram che stride sulle rotaie, c’è il serio rischio i miei nervi scattino al punto di farmi ritrovare abbarbicata in cima al primo lampione disponibile.

Sono una ragazzetta piena di fantasia ed immaginazione.
Quando leggo un libro, o quando vedo un film, rielaboro. Nel sonno.
Ci sono notti che ancora mi sveglio con davanti agli occhi l’immagine della scarpina-cartone-animato sciolta nella salamoia.
Rielaboro anche da sveglia. 
Se per caso incontro in giro delle vecchiette a cui i figli portano le borse della spesa automaticamente io penso a Raskolnikov. 
Tutte le Silvie che mi presentano, mi fanno pensare a Nerval. E le tengo lontane dai miei amici.
Quando vado al parco, canticchio "Com’è bello passeggiar con Mary" e salto compulsivamente nei quadri dei madonnari.
Ci sono delle volte in cui la lampada del comodino mi dà la buonanotte, e io mi addormento felice e sogno di essere Amelie.

Se ti racconto questo, Amore mio, non è per cercare delle giustificazioni o delle attenuanti.
Ecco, forse… anche tu… non è stata un’idea proprio brillante quella di farmi vedere le prime due puntate di Lost prima di andare a dormire, ma adesso non preoccuparti: faccio uno sforzo e mi concentro su quella di ER che ho visto un mese fa, vedrai che il labbro te lo rimetto a posto.