Monthly Archives: giugno 2006

Ma poi

Ma poi

Quando mi parli, non so dove guardare.
Forse dovrei guardarti negli occhi, ma non vorrei sembrarti indiscreta.
La bocca, ho provato a guardarti la bocca e mi sono subito confusa.
Ti ho guardato le mani, ma non erano intrecciate alle mie, e non mi è piaciuto.
Magari sembra timidezza, se quando mi parli guardo altrove.

Quando mi parli, non so bene cosa rispondere.
Ed è un bene, perchè dico quello che mi passa per la testa.
Senza ponderare se me ne dovrò pentire subito o solo fra un po’.
Non so cosa rispondere, e non so nemmeno se le risposte che vorrei darti si possano riassumere in parole.
Non riesco a sforzarmi di sembrare intelligente e acuta, sagace, interessante e tutto il resto.
Magari sembra leggerezza, se ti rispondo con parole inutili.

Quando mi parli, mi annullo. Non tanto in quello che dici, ma in come lo dici.
E poi, lo dici a me. Proprio a me. E io mi annullo, mi dissolvo, opinioni, idee, tutto sciolto via per lasciare solo spazio alle nostre presenze che cercano un contatto.
Parliamo per riempire il tempo e dare un senso  alla distanza che c’è tra le nostre menti e tra le nostre bocche, ma poi?
Ma poi, me lo fai un riassunto? Non ti stavo ascoltando…

L'ansia, capita

L'ansia, capita

A volte l’ansia. Capita.
L’ansia capita, così, all’improvviso. Capita tra capo e collo. Per essere più precisi tra stomaco e intestino. Come un groviglio di sensazioni e parole che non vanno nè su nè giù.
L’ansia. Dopo una bella serata. Dopo una bella dormita. Dopo un bel risveglio. L’ansia.

Che sia tutto sbagliato. Che sia tutto perfettamente giusto.
E le cose da fare e da dire che non vogliono saperne di coincidere e andare d’accordo, non questa volta.
 
Allora penso a prima, quando era tutto facile e la vita mi scorreva leggera dalle mani.
Tutto comodo, che si aggiustava tutto, poi. Basta non farne una tragedia.
Quando bastava pensare ad una cosa per vedela lì, concreta e tangibile, fatta. Perfetta.
Cazzo.
Fai spallucce e un bel sorriso, che tutto si sistema sempre. Bugia.

E adesso.

E domani? Avere una casa? Avere dei bambini? Dov’è finito il mio entusiasmo? Che fame di vita che ho sempre avuto, possibile che sia già sazia? Alla prima difficoltà?

Per fortuna è tornata AmicaK. Come ho fatto tutti questi mesi senza di te?
Passami la bottiglia, ti lascio due sigarette. Abbracciami e non lasciarmi, tu. Se stiamo vicine forse riusciamo ad aggiustare anche questa.
In fondo, ti ricordi? E’ la nostra fase senza meta.

Edit: e si aggiunga che per farmi ancora più male ho iniziato a rileggere "Di noi tre" di De Carlo. Col ventilatore spento.

Caduta libera

Caduta libera

Le illusioni cadono, una dopo l’altra, ma non fanno rumore.
Cadono le gocce di condensa dal bicchiere.
Cadono i vestiti, con delicatezza, scivolando lungo i nostri corpi. E restano lì, sparsi per terra a formare il quadro più bello che abbiamo mai visto.

Cadono i capelli, quando ci sono troppi pensieri ad occupare il loro posto.
Le mele cadono dall’albero, quando sono mature però.
Delle foglie che cadono, dei muri, delle barriere e dei ponti non ne voglio parlare.

Io ti cado fra le braccia, forse perchè ho bevuto un po’ troppo.
Ti cado fra le braccia perchè ho i tacchi alti, forse.
Cado nelle tue braccia, perchè ancora non ho risolto i miei problemi con la forza di gravità.
Io cado, perchè sono inciampata. Nel desiderio di sentirmi sostenere dalle tue braccia.

Sono la tua stella cadente, per questa sera.
Non esprimi il desiderio?

Maschilismo e paraculaggine (?)

Maschilismo e paraculaggine (?)

Siccome sono un po’ una paracula, è qualche tempo che mi presento alle lezioni di direzione d’orchestra.
Così, arrivo, mi metto in un angolo, ascolto, osservo, faccio dei musetti molto intelligenti se il Maestro mi guarda, sorrido sempre e pongo domande di pubblico interesse e notevole acume. Nelle pause me la chiacchero con il Maestro, gli mostro il mio profilo migliore e lo ragguaglio sui progressi delle mia preparazione per l’esame di ammissione.
E’ quello che si definisce "essere auditori".
Faccio l’auditrice alle lezioni. Cioè ascolto, assorbo, e rielaboro.
Lo so, sono un po’ una paracula, ma io preferico l’espressione "captatrice di benevolenza".

Le lezioni di direzione di orchestra a cui anelo essere ammessa si svolgono secondo un clichè predeterminato: c’è un’orchestra di 30 professionisti che si annoia a morte nel seguire gli sforzi infruttuosi dell’allievo, che viene vessato e tartassato dal Maestro davanti a tutto il resto della classe, che osserva impotente cercando di imparare quanto possibile dagli errori altrui in attesa del proprio turno per il podio. 
La classe in cui anelo essere ammessa è composta da una dozzina di ragazzi. Ragazzi, oddìo: uomini dai 30 ai 40. Tutti maschi.
Io che sono una povera Puella-Prodige, giovine e per-di-più femmina, ancora non ammessa al corso devo già scontrarmi con il maschilismo radicato e soffocante che purtroppo ancora al giorno d’oggi pervade l’ambiente musicale italiano.
Ohimè.

Stamattina faceva caldo. Molto caldo, nonostante Mozart. Un caldo eccessivo, nonostante la gonnellina di lino e la canottierina che avevo previdentemente indossato. Un caldo reso ancora più soffocante dal latente maschilismo e dalla sovrabbondanza di testosterone che impestava l’aula.
Esco per fumarmi la sana sigarettina del metà-mattinata.
Plim. Arriva il primo allievo.
- E’ vero che vuoi fare l’ammissione?
Plim.  Il secondo allievo
- Ciao! Uh, hai da accendere?
Plim. Plim. Allievi n°3 e n°4.
- Eccovi! ah, ma qui fuori si sta molto meglio!
- Ciao! Come va con lo studio dell’analisi? se ti seve una mano…
Plim. Plim. Plim-plim-plim-plimplimplim.
Tempo 6 minuti e 1/2 (durata standard della sigaretta del metà-mattinata) TUTTA la classe al completo è fuori, sotto le frasche, a offirmi aiuto, supporto, fotocopie di partiture, sconti sulle bacchette, ricchi premi e cotillons.

Un momento.
Se sono tutti qui…
(Me li riconto, manco fossi Biancaneve con i 12 nani)
Ma allora…
Chi sta facendo lezione, adesso?
PLIM.
Esce il Maestro. Incazzato nero. A chi toccava far lezione? Avanti, marsch.

Povera Malapuella! Che pessima figura! Quei luridi maschilisti infami e pusillanimi. Hanno tentato infingardamente di sabotare la mia raffinatissima captatio benevolentiae. Infami e pusillanimi!

Però che storia… per un momento mi è sembrato di essere in quella favola… dai! No, non Biancaneve, quell’altra… Com’ era?
Dai, quella del pifferaio che suonava e tutti i topi lo seguivano… o forse era una topa che si portava via tutti i pifferi?

Cose da fare

Cose da fare

Ho tante cose a cui pensare.
Ho le mie ambizioni, i miei sogni, i miei desideri.
E poi ci sono le incombenze quotidiane, le commissioni da sbrigare, le gatte da pelare e così via.

Lo so, non sono stata elegante.
Porto a giustificazione

- due esami e una tesi che mi separano dalla laurea. Se mi potessi concentrare un po’ di più, se mi impegnassi davvero.
- sette chili che ho perso assecondando i ritmi di questa vita assurda e scissa che mi hai imposto.
- un paio di sandali con il tacco alto, da indossare ad una festa speciale.
- Debussy, nemico numero uno del periodo.
- il gioco che è bello finchè è breve. E finchè non mi faccio male io, il resto non mi riguarda.
- le carte che la pigrizia mi impedisce di raccogliere, ma prima o poi mi ci metto e faccio sta benedetta tessera da pubblicista. Forse.
- il trucco che cola. E’ arrivata davvero l’estate.
- sì, l’esame di ammissione. A direzione d’orchestra. Sì. Sto recuperando tutto lo studio di composizione che serve. Entro settembre, sì. Mi dicono che ce la posso fare. Sì.
- un blog da aggiornare, per tenere il passo con i miei pensieri.
- poche ore di sonno, e troppe ore di sogni. Ma va bene, ci piace così.

Non sarà elegante lasciarsi via sms. Pazienza.
Non avevo il tempo, davvero. Non avevo il tempo di organizzare una conferenza stampa.

E poi lo sai che noi bamboline abbiamo capelli di nylon e gambe snodate, ma raramente un cuore in dotazione. Non perdere tempo domandandoti se sono davvero così stronza. Lo sono. Davvero.

Corrimi dietro, con il tuo Porsche. Non sarai mai veloce quanto me.

Casa

Casa

Mi avevi spiegato bene la strada. Metro per metro.

- Guarda che io a Milano ci sono nata, non è che mi perdo per arrivare in via Xxx

Eccoli, i due portoni appaiati. Quello a destra, l’androne, il citofono.

- Ma lo sai come mi chiamo di cognome?
- Ah, già… non ci avevo mai pensato…

Salgo le scale. Gradino dopo gradino, almeno è una scusa valida per il cuore che batte così in fretta.

- Ciao
- Ciao
- …
- Allora… entro?
- Certo, scusa… entra, entra!

Respiro profondo. E’ solo una casa. Respiro profondo, sorriso. Vedo il corridoio, vedo il parquet, vedo lo scaffale di libri sulla destra. Porte chiuse a sinistra.

- Metti pure qua
- Ah, grazie… ti spiace, vorrei lavare le mani
- Certo, vieni… ecco qui. Tieni, l’asciugamani pulito… 

Le tue cose davanti allo specchio. La schiuma da barba, il sapone. Le piastrelle blu. Cosa ci faccio io dentro a questo specchio?

- Come ti piace la bistecca? Ben cotta o un po’ al sangue?
- Al sangue, grazie… che bella casa che hai…

La cucina, luminosa. Il nostro inutile pranzo. La sala con il divano, grande, comodo. Il terrazzino per le mie sigarette.

- Ma figurati, i piatti li lavo io!
- E chi sei, l’angelo del focolare?
- Cosa sono quelle scritte sul muro?
- … ah, niente…

"Mi accompagni?"
"Devi capire che io non sbaglio mai. Io sono una macchina perfetta. S."
"Ora tu hai il privilegio dell’esclusività dell’elemento"
"O mio dio, ma con chi sto?"

I miei piedi nudi sul tuo pavimento.
Quello che voglio ricordare di quando sono entrata in casa tua. La prima volta.
I miei piedi come in una danza: sapevo come muovermi, dove appoggiarmi. Ora non più.
 

La Pia

La Pia

Tutti conosciamo una Pia. Ognuno nella propria vita ne ha incontrata una. Tutti hanno la propria Pia personale.
La Pia non è una persona, non è un personaggio: la Pia è una categoria dello spirito.
La mia Pia, come tutte le Pie che si rispettino, ha un’età indefinita e indefinibile.
Arriva preceduta da profumo di violetta e lacca per capelli. I capelli della Pia non sono biondi a boccoli: sono l’idea platonica del biondo e del boccolo.
La Pia si trucca con cura: di rosa, di azzurro, di lilla, di giallino. Rossetto rosso, viola, pervinca, gardenia d’amore. Cipria camelia, cipria Sherazade, cipria a pioggia, su tutto.
Quando parla, la voce della Pia è tutta un frusciare e gorgheggiare, il petto che le sballonzola e si affaccia dal corpino dorato, gli occhi che ammiccano nelle risatine leggere e le mani, rigurgitanti anelli e bracciali, che sottolineano con grazia i concetti cardine del Pia-pensiero. 
La Pia adotta gattini smarriti che incontra per strada, e giovani fanciulle da instradare ai misteri della vita.
Ecco, io sono stata adottata dalla Pia.
E, volente o nolente, davanti ai miei colleghi in visibilio, devo sottostare alle sue lezioni di vita in merito a cura del corpo, rapporti con gli uomini e basta (chè di questo sono esperte le Pie, il resto esula).

- Oh, arriva la Pia!
- Vai, Puella: è tutta per te….
- No, dove? dove?…
- Anche io, voglio sentire anche io…

I colleghi si schierano a mezzaluna sullo sfondo, ridono, strepitano, schiamazzano, ma appena si ha sentore del noto olezzo di lacca si ammutoliscono con aria compunta. Io mi preparo alla vessazione quotidiana.

- Buonasera Pia!
- Oh tesoooro!!! guarda con questo caldo… ma senti!
(Puella deglutisce, si prepara. I colleghi aguzzano le orecchie. La Pia assume la sua migliore aria malandrina e cospiratoria)
- Ma con questo caldo… guarda lì che bel paio di gambe che hai!
(Puella esulta! Un complimento! Senza particolari disgustosi e/o imbarazzanti! Puella si volta radiosa verso i colleghi, che mostrano invece un’aria delusa e ferita)
- Belle gambe! Sìsì, belle tutte e due!
- Come, Pia? Come tutte e due…
- Sì Tesoro. Perchè sono uguali… tra loro, no? Sono belle perchè tra loro sono uguali.
(Puella è smarrita, ma va pure sempre bene, no? è pure sempre un complimento, no? Perchè i colleghi si rianimano? basta, è finito il Pia-time quotidiano, e non è successo nulla di grave)
- Peccato però…
(I colleghi abbozzano una hola, Puella trema)
- Con questo caldo… tutto il giorno lì seduta a suonare e suonare e suonare…
(Puella inizia a sentirsi male, i colleghi srotolano striscioni inneggianti alla Pia)
- C’avrai i tuoi bei problemi con le emorroidi!
(i colleghi stappano bottiglie e si improvvisano in minuetti e quadriglie al passaggio della Pia che scompare in un turbine svolazzante di scialli di seta e bagliori di bigiotteria, mentre Puella, esanime, giace al suolo stringendo tra le mani un infiocchettatto e sbrilluccicante tubetto di Preparazione H)

Tutti prima o poi incontriamo una Pia. Se qualcuno non avesse ancora trovato la propria, mi contatti: cedo la mia gratuitamente. Usata, ma ancora perfettamente funzionante.

 

Non a lei

Non a lei

Non le credere.
Non crederle quando ti dirà che mi ha vista, che mi ha riconosciuta.
Quando ti dirà che ero proprio io, lì davanti allo Union Club.
Non le credere quando ti dirà che ballavo e ridevo, felice.
Ti dirà che ero ubriaca, abbracciata ad un altro. Che la camicetta verde mi stava male, mi sbatteva la faccia. E che, in fondo, il mio derriere non è tutta questa meraviglia.
Tu non le credere.

Lo sai che non potevo essere io.
Lo sai che la gelosia inventa fantasmi.
Lo sai che lei vede il mio volto sovrapporsi al tuo, e non si rassegna.

Tu non crederle. Difendimi.
Potevo essere io, forse lo ero. Anzi, lo ero.
Ma tu non crederle comunque.

Ci siamo guardate di sbieco tutta la sera. E anche oggi.
Sguardi obliqui, che confondono la realtà.
Ognuna a proiettare sull’altra i propri mostri e le proprie ansie.
Come possiamo essere sicure, come possiamo esserci davvero riconosciute?

Tu non le credere.
Lei non è fra noi. Noi siamo di un altro mondo.
Tu ed io. Me e te. Noi.
Quando esisterà un Noi.

Fino ad allora, non crederle.

Tutta un'altra vita

Tutta un'altra vita

h 8.15
Che musichetta fastidiosa… ma che c’ha la sveglia oggi? ma cos’è?!? mannaggia, sarà l’arrotino… il telefono? Acceso? ma perchè?!?

- Pronto?
- Bimba!
- Ohi, buongiorno! mi hai svegliata… già alzato? com’era Budapest?
- Dai, che è 3 giorni che ti penso. Ho bisogno di vederti, devo parlarti…
Boing! Puella si sveglia all’improvviso.
(Lui che deve parlarmi? Cosa succede? No, non è lui, qua mi stanno facendo uno scherzo!)
- Oh, comunque, Budapest… pieno di gnocca!
(Ok, è proprio lui, niente scherzo)
- Facciamo che ti vengo a prendere alle cinque, stasera?

- Dai, sediamoci qua così stiamo un po’ più tranquilli
- Dimmi tutto
- Sai, ci ho riflettutto a lungo in questi giorni…
- …
- E ho preso una decisione.
(Ok. Per fortuna sono seduta)
- Però volevo parlarne con te. Prima che con chiunque altro.
(Voglio un Martini)
- Ho deciso di cambiare…
(Voglio due Martini. Uno nell’eventualità che non voglia più vedermi, l’altro nell’eventualità che… non ci voglio nemmeno pensare)
- Ecco. Ho deciso che vendo il Boxter e prendo il 911!
- Eeeh?!?
- Il Porsche… lo cambio.
- …
- Non sei contenta?
- ?!?
- Questo che prendo è più bello…
- ?
- Blu
- ?
- Con gli interni di pelle chiara…
(Lo sento, mi si sta alzando il sopracciglio. Non lo posso controllare, è autonomo. Si alza e mi dà quell’espressione tra lo stupito, il sarcastico e lo schifato)
- 2+2
- Fa quattro, gioia…
- Bimba, 2+2 sono i posti… sai cosa vuol dire?
- 2+2=4 posti. (Sai come fanno a stare 4 elefanti in un Porsche? Due davanti e due di dietro).
- …
- (cosa c’ha da sorridere così?) No, cosa vuol dire 2+2?
- Vuol dire che i sedili… vanno giù…
- Mavaffanculo!

Oggi è una giornata un po' così

Oggi è una giornata un po' così
Quando ti addormenti al mio fianco, mi sciolgo dal tuo braccio e mi siedo sul letto a guardarti.
Sembri molto più indifeso, e molto più vecchio.
No, quando dormi non hai l’aria da ragazzino di quando mi rincorri negli ascensori, o di quando sorridi al ristorante.La bocca leggermente aperta, delicata, in mezzo alla rasatura che inizia a perdersi.
No, di giorno è tutto diverso: di notte, nella penombra della tua camera da letto riesco a vederle quelle tue minuscole, dolcissime imperfezioni.
Ti accarezzo i capelli, ti muovi, mi cerchi. La mano adesso non stringe più come poco fa: i piccoli lividi tondi che mi lasci sulle braccia, o quando mi tappi la bocca ridendo e implorando di non urlare, tutto è perduto e scivolato via da quella mano che adesso accarezza il vuoto.
Occhiaie leggere, sul tuo volto abbronzato. Qualche filo più bianco, nei capelli nerissimi a spazzola.
Mi alzo, cercando di non far rumore, e di non inciampare o andare a sbattere, in questo territorio nuovo e sconosciuto, pieno di insidie, la tua casa. Che magari fosse solo tua.
- Non andare!
- Faccio solo una doccina…
- Sì ma poi torni, vero?… voglio che dormi qui stanotte… non andare…

Raccolgo i vestiti uno ad uno, bevo un bicchiere d’acqua.
La porta si chiude leggera dietro di me, sento lo scatto della serratura automatica. Chiamo il taxi.
Tu ti sei già riaddormentato, sicuramente. E stai sognando i gatti di quando eri bambino.
O forse sei sveglio, e allora chissà a cosa pensi.